Thailand is not a crime

Mi hanno maledetto, questo è poco ma sicuro.

“Ti verrà un virus gastrointestinale” dicevano; io, furba, mi ero premunita di fermenti lattici ma non sono bastati. Esco da una serata dove io e il bagno abbiamo stretta una forte relazione fatta di sostegno e comprensione, a una certa però gli ho chiesto una tregua e me l’ha concessa, grazie a Dio, o ad Allah visto che il mio alloggio è poco lontano da una moschea e sento pregare tutte le loro 5 volte al giorno. Ho scoperto che le preghiere mussulmane rilassano.

Ma non è ovviamente l’unica cosa che ho appreso stando qui, in Thailandia, da ormai 7 giorni.

Ho vissuto sulla mia pelle il caldo umido e la follia di Bangkok. Tutti dovrebbero vederla e viverla almeno una volta nella vita anche se a parer mio per non più di 72 ore, poi senti il bisogno di respirare, di levarti tutti quegli odori mischiati ai profumi di varia natura dalla pelle, di rivedere il colore del cielo. Lo smog è talmente tanto che ci è stato raccontato da un locale che di tanto in tanto rilasciano nell’aria una sostanza chimica che stimola e crea la pioggia; si nota che è innaturale, sono calde anche le gocce che ti toccano.

A Chiang Mai sono (e siamo: io e quelle sante e incoscienti delle mie amiche) rinate. Respiri aria pulita, ricordi l’azzurro che vive quotidianamente sopra la tua testa, ogni tempio che visiti è gratis (a differenza della grande città) e soprattutto tranquillo, senza farti code assurde per riuscire a vedere comunque poco e di fretta. Puoi inginocchiarti davanti a una delle tante statue del Buddha, insieme ai credenti, e crederci anche tu, oppure no.

Lì abbiamo fatto visita anche a vecchie popolazioni ancora legate ad altrettante vecchie tradizioni, che vivono lontano dal caos delle città. Dove le donne creano vestiti e accessori vari a mano o con attrezzi in legno; gli stessi che usavano i nostri avi. Le vergini si vestono di bianco, le maritate con tutti gli altri colori. Si lavora la terra, si tengono al guinzaglio i maiali mentre gatti e cani sono tanti e liberi; le case in legno che assomigliano a palafitte e gli uomini li ho visti per lo più seduti all’ombra.

Poi quella meravigliosa esperienza con gli elefanti, che invece fare la classica e gettonata passeggiata sopra di essi, ognuno sta con i propri piedi – e zampe – a terra e l’unica cosa che bisogna fare è prendersi cura l’uno dell’altro. Perché sì, noi gli avremmo anche lavati e dato da mangiare ma loro sono di una dolcezza innata, si lasciano accarezzare e sventolano le orecchie per dimostrarti che sono felici.

Come puoi far del male a una creatura del genere?! Poi certo, parlo io che accompagno persino i ragni fuori casa pur di non ucciderli…

Vorrei parlarvi anche di Krabi dove mi trovo ora e di Phi Phi Island dove invece ci recheremo domani ma le cose da dire sono ancora tante. Come, ad esempio, vorrei raccontarvi di un gruppo di 4 bambini di non più di 5 anni che giocavano su delle pietre e ridevano, anche se in mezzo alla terra al fango. Ridevano davvero e non come accade, a volte, ai nostri figli, per inerzia di fronte ad un tablet.

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