Personaggi in cerca d’autore

Questa è una storia piccolina

di una bambina che decise che luglio era un bel mese in cui nascere.  Si avevano idee controverse sul suo conto e per nulla positive: “E’ morto” dissero alcuni mentre era ancora in grembo, “Non sarà sano” accertarono altri all’ascolto di un cuoricino apparentemente debole. Non solo nacque sana ma addirittura femmina e così lo stupore di sua madre, che finiti i nomi che la tradizione le imponeva, potè farla appropriare di quello che invece da sempre gli piaceva.

Erano due chili e mezzo di puro istinto di sopravvivenza; lei che se ne rimase ferma, immobile, rannicchiata in uno spazio minuscolo per tutto il nono mese rinunciando così, al nutrimento, perché pensò di avere altre occasioni per mangiare se fosse sopravvissuta ma solo una per vivere. E visse. Inizialmente la si poteva guardare da dietro un vetro e ti veniva da piangere a vederle quel tubicino che le entrava nella testa. La pelle era color porcellana e chiunque guardandola si chiedeva in che modo la si potesse prendere in braccio senza spezzarla. Ma non si spezzò.

E ancora vive.

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Era una bambina che alternava momenti di espansività con altri di completa solitudine. Le piaceva far ridere e stare per i fatti suoi. Imparò, a furia di tentativi, ad allacciarsi le scarpe da sola così come ad andare in bicicletta, non voleva mai essere aiutata però era di attitudine generosa e le piaceva prendersi cura degli altri. Una volta, a poco più di quattro anni o forse poco meno, sua mamma le disse no per qualcosa e lei che i rifiuti non li prendeva per niente bene si mise sulle spalle il suo zainetto rosa e uscì di casa incamminandosi, sempre da sola, per strada. La madre la guardò allontanarsi certa che tanto avrebbe avuto paura e che, come ogni bambino di quell’età sarebbe tornata indietro mentre invece bisognò andarla a prendere. E questo succede ancora adesso; che se nessuno di tanto in tanto la va a riprendere sembra scomparire come quegli eremiti di cui nessuno sa.

Invece di lei si sa che ha avuto la fortuna di avere dei fratelli maggiori e dal più grande le fu tramandato il piacere della lettura che poi lei con le sue smanie di esagerazione ha coltivato fino alla scrittura. A undici anni scriveva racconti di paura, la sua unica lettrice era una casualità che portava, anch’essa, il suo nome ma con il tempo capì che l’unico modo per sconfiggerla, la paura, era amare incondizionatamente, anche quando farlo le faceva male. Ora i suoi unici lettori non sa con certezza chi siano ne se ci siano, soprattutto ora che l’occasione che porta il suo nome non c’è più come vorrebbe.

Ha capito che scrivere è l’unico modo, per lei, di riuscire a comunicare; è un filo conduttore, un mezzo di comunicazione che le permette di parlare a uno e a tutti nello stesso momento; per far sì che ognuno si possa sentire preso in considerazione o, meglio ancora, sia incuriosito poi a capire chi sta dietro a certe maschere, a certe storie.
Non si crede poi così brava nei discorsi, non sempre per lo meno, dice di non trovare mai le parole giuste; che non riesce a pensarle alla sprovvista, ha bisogno di rifletterle. Scrivere è l’unico modo, per lei, di non lasciarsi traspostare dall’irascibilità, dalle cose dette a sproposito nei momenti di rabbia. E’ l’unico modo di non tornare a rannicchiarsi per darsi la speranza di sopravvivere. Lei non vivrebbe se non fosse per la scrittura a farle da tramite. Scrivere l’ha in qualche modo salvata, rimessa al mondo con parto cesareo urgente per far sì che non soffoccasse.

Forse è per questo che non lo fa mai in presenza di altre persone a meno che siano persone a lei fidate. Ha bisogno di tempo quando decide di farlo, del suo spazio, del suo silenzio. A volte succede che si mette davanti alla pagina bianca e rimane a guardala per parecchi minuti, troppi. In quel caso significa che i pensieri si stanno facendo troppi, affollati, e lei non sa a quale dare inizio, non vorrebbe offendere uno dando la priorità all’altro allora decide di metterli tutti in castigo e non se ne fa niente fino a quando non ritornano uno a uno in punta di piedi. Anche i pensieri sono da trattare come dei bambini, educarli, prendersene cura. Tranquillizzarli quando spaventano e lasciarli andare quando sono grandi abbastanza.

E scrivere è un modo per farlo.

Scrivere è un’arte e come tale significa far entrare chi legge nella tua testa, nel tuo vissuto e quindi nella tua memoria senza però raccontare troppo, lasciare quella sensazione di saperne abbastanza e di non conoscere nulla. Per questo richiede energie, forti concentrazioni di empatia e dosi di emotività e quindi succede che nel farlo, lei come chiunque faccia qualcosa per cui è portato, pianga. Non è facile lasciarsi andare.

Ed ora voi starete arrivando alla fine senza che io abbia il controllo dei vostri pensieri. Vi avrò annoiato? Coinvolto? Sarò riuscita a farvi arrivare fino alla fine? Vi avrò donato un’emozione, una piccola o vi starete domandando: e quindi?

E quindi vi ho voluto solo raccontare una storia piccolina. La storia di una bambina che forse di piccolo ha sempre avuto poco.

Una bambina che ha letto sempre un sacco di favole, ascoltato un sacco di storie, visto un bel po’ di mostri e ha pensato che tutte le cose non succedono tanto per accadere ma perché qualcuno le racconti.

 

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E se quel qualcuno fosse lei?

E se quel qualcuno fossi io?

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