Anche i cattivi hanno un cuore

Non vi siete mai incuriositi su cosa ci sta dietro? Cosa sta dentro ad un persona? Soprattutto a quelle che si comportano in maniera più perfida, al limite dell’inumano.

Avete mai subìto una cattiveria, un’ingiustizia? Pensato, del suo mittente, da dove gli uscisse tutta quella aggressività, quella rabbia. E soprattutto perché a voi?

Ne avete mai sofferta più di una, da persone differenti in diversi momenti della vostra vita? Tanto da farvi credere che quelli sbagliati eravate voi, che siete voi i mostri da combattare, gli sbagliati, i cattivi da distruggere.

L’invidia. E’ questo il motivo che spinge alcune persone a far del male a delle altre; quel sentimento di cui in molti ci hanno detto di stare in guardia perché pericoloso, quel senso di rancore su ciò che non si ha ma soprattutto su ciò che non si è. Perché è qui che ho capito essere la sorgente, da ciò che si è e non si è, non sugli averi ma sulle essenze, quello che si emana agli altri. Sono quasi sempre i più silenziosi a subirne, quelli che con la loro calma sono circondati da gente che li desidera, le persone più semplici, quelle modeste che con la scusa di sembrare malneabili sembrano essere quelli più pericolosi. Perché non sarà mai quante volte verranno spezzati a farli arrendere ma la forza di ricostruirsi a farli temere. E’ la loro ingannevole indifferenza che irrita, la loro apparente mancanza di reazione a far sì che gli altri, che “quelli” si credano superiori quando si dimostrerà poi, semplicemente una tattica a fine di integrità. Perché sanno usare l’astuzia, ciò che ad altri manca.

 

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Io ho imparato ad osservarle le persone, tutte. E’ per questo che, a volte, appaio distaccata, lontana; perché ascolto ma soprattutto guardo. L’esperienza mi ha costretto a farlo. Se X racconta estasiata di quanto abbia preso in giro Y, perché un giorno non dovrebbe farlo anche con me? Quindi quella è una persona da evitare. Se in una relazione vige una competizione su chi guadagna di più, chi lavora di più, chi ama di più mi da tutti i presupposti che quelli siano due avversari e io potrei, un giorno, essere il prossimo. Se qualcuno si vanta di un gran numero di amici di certo io non ne voglio fare parte. Quando ho la sensazione che una persona non sappia stare da sola e è alla costante ricerca di relazioni o amicizie personalmente a me fa paura. E quando io osservo queste persone, parlare, atteggiarsi, agire noto una grande cosa in comune: la solitudine.

Ma non intesa come una sensazione, quella non ti porta a far del male a qualcuno ma come dato di fatto.

Sono

persone

sole.

E di per sé questo non è un problema ma lo diventa quando, inconsapevolmente, o forse no, hai scelto di esserlo.

Quando l’orgoglio ti spinge al punto di tentare di incriminare gli altri pur di non scoprire le proprie debolezze. Quando l’egocentricità è esaltata al punto tale da darti il diritto d’infamia come unico modo per emergere bisognerebbe andare al di là della sete di rivalsa e imparare a comprendere. Sono persone che “bene o male basta che se ne parli” stuprando la frase di Wilde ignorando che Dorian Grey muore per sua stessa mano. E’ un’ autodistruzione quindi, che esaltati nell’infliggere sofferenze non fanno altro che dimostrare il loro senso di inferiorità. Un modo come un altro di mettersi al centro dell’attenzione con la convizione che il cattivo ha il suo fascino ma non ricordando che è sempre il buono che verrà chiamato eroe e quindi poi esaltato.

Ma non è un’eroina che mi sento, una vincitrice. Non mi sento più forte solo perché ne sono uscita intera seppur non indenne da certe vicissitudini, altrimenti farei il loro gioco, avrei il loro egoismo; mi sento semplicemente più furba perché quasi mai ho controbattuto ad ogni colpo, urlato ad ogni ferita ma ho adottato il potere del silenzio, guardando fino a dove una persona può arrivare, cosa è disposto a fare per.

Sospirato ogni giorno chiedendomi quando tutto sarebbe finito. Aspettato la spossatezza di chi infieriva, la verità che veniva a galla.

Ed è forse quel mio forte dono di empatia o quel mio voler capire sempre tutto che nonostante ciò non mi ha mai portato ad odiare nessuno; di certo a non sopportarli, non più ma a capirli.

Quindi, perché una persona usa l’infamia, la calunnia, la cattiveria come arma? Perché ha paura. E quella paura deriva da qualcos’altro.

Dal non essere visti forse.

Dal non essere mai stati visti probabilmente.

Dal non volersi, infondo, guardare. Sicuramente.

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