Dipende da chi?

Una cosa di cui sono certa dopo dieci anni da dipendente è il non voler più dipendere da nessuno. Avevo solo diciannove anni quando ho firmato il mio primo contratto di lavoro; un diploma appena preso con la voglia di proseguire gli studi ma l’impossibilità economica di farlo quindi quel tipo di lavoro, allora, mi era sembrato l’unico mezzo per potere raggiungere quello che credevo il mio unico, vero obiettivo: l’università.
Chiaro è che un’età così prematura, per lo meno sotto certi aspetti, ti porta a plasmarti più facilmente alle richieste di chi è sopra di te: puntualità, serietà, presentabilità, responsabilità, bocca chiusa e testa bassa che sei l’ultimo arrivato e non hai voce in capitolo. È una fase che probabilmente tutti dobbiamo affrontare alle porte del primo lavoro; ci forgia caratterialmente, ci porta a costruirci dei traguardi interni ed esterni ad esso, ad essere propositivi. A gioire di fronte ad un merito e a demotivarci quando, nonostante i nostri sforzi, questo non arriva. Ci spinge a costruire nuove interazioni che vanno al di là della solita cerchia di amici, a trovarne di nuovi quindi oppure a mal sopportarne altri e attuare così dei meccanismi che ci permettano di continuare il più serenamente possibile il nostro lavoro.
Nel mio ormai vecchio impiego sono cresciuta con la frase: “tutti sono utili, nessuno è indispensabile” e per quanto vera mi ha sempre rattristato perché quindi anche io ero facilmente sostituibile; e per quanto mi impegnassi, facessi sacrifici, passassi più ore oltre alle mie contrattuali per far vedere il mio interesse e la mia partecipazione da un momento all’altro potevo essere messa in un angolo per far passare davanti qualcun altro, per meritocrazia o simpatia. E così è successo, più volte. Ed è quindi stato sempre un meccanismo che facevo fatica a digerire ma ci ho convissuto e spesso l’ho adottata di mia volta con i nuovi arrivati.
Spesso i più giovani, quelli come me all’epoca, neodiplomati e vergini da qualsiasi congegno lavorativo, sono i più facili da sedurre prima e sfruttare poi. Difficilmente diranno dei no, sanno che niente gli è dovuto quindi accetteranno ogni proposta e rinuncia, hanno ancora tutto da dimostrare, da subire e alla fine capire.
Ed io dopo aver rinunciato, sacrificato, imparato, sopportato, dimostrato, meritato ho realizzato che non dovevo più niente a nessuno se non a me. L’esperienza ti porta a capire quello che vuoi e quello che non vuoi, chi vuoi essere e su cosa devi migliorare per arrivarci ed io sentivo di meritare molto di più, di meritarmi. Non disprezzo quello ho fatto fino ad ora, non derido chi continua a volerlo e a farlo ma semplicemente non era più l’abito che volevo indossare: la dipendente.
Mi ha sempre infastidito avere qualcuno che mi dicesse che cosa fare, cosa che, stupidamente, mi ha fatto sempre rinunciare anche allo sport, ad esempio. Un po’ per pigrizia, un po’ perché quel: devi fare venti vasche, tre giri di campo e via dicendo mi porterebbe a fare, come un adolescente, tutto il contrario. Può risultare infantile e dittatoriale ma nella mia testa scatta automaticamente la frase: nessuno può dirmi quello che devo fare. Lo decido da sola.
Per suo contrario poi avrei voluto diventare un’insegnate, e chi come un professore sa imporre meglio le cose? Con la diversità che non avrei obbligato a studiare niente a nessuno. Se mi fossi trovata di fronte ad uno studente che aveva preferito fare altro anziché prepararsi sull’argomento assegnato l’avrei messo di fronte alla realtà che, sul quel punto ne sapeva meno dei suoi compagni, che aveva scelto di essere un po’ più indietro, contribuito alla sua ignoranza in quella materia.

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Bisognerebbe insegnare fin da piccoli non tanto il sapere scegliere tra una cosa buona e una cattiva, cosa fare e cosa non fare: studiare o non studiare, fumare o non fumare, essere credente o non essere credente; ma sul saper scegliere e basta, che è già tanto, mettendoli di fronte alle conseguenti responsabilità. Pro e contro.
Ad un bambino che, in un reparto di giochi o di dolciumi vorrebbe tutto quello che lo attrae non sceglierei io per lui ma gli direi: scegli tra questo e quest’altro, tutti e due non li puoi avere e lascerei a lui il posare giù un gioco, o una caramella, per prendere quella che desidera.
E via via crescendo, quando le cose si fanno più complicate, quando lo scegliere una cosa piuttosto che un’altra porta a rinunciare ad un beneficio ma a riceverne un altro, o nel caso dello studio a rinunciare al sapere per fare… che cosa? Cosa vuoi diventare da grande? Non hai studiato queste pagine, okay, dammi delle motivazioni però. Non mi basterebbe il non mi piace questa materia, queste cose non mi servono a niente. Lo hai fatto per pigrizia, perché “fa figo” o ti sei dedicato ad altro?
A diciannove anni mi ritrovai catapultata in una nuova realtà che sapevo non volere, non essere nella mia indole fare la commessa ma per lo meno ho preso una posizione, perché il sapere scegliere ha caratterizzato gran parte della mia vita. Mi ero creata delle posizioni a cui ambire e quindi una carriera.
A diciotto anni ho dovuto scegliere se preferivo stare con mia madre e seguirla nei suoi impegni lavorativi o stare con mio padre con cui non avevo rapporto, ho scelto di stare da sola.
A diciannove anni ho dovuto scegliere se lavorare, perché di soldi per mandarmi ancora a scuola non ce ne erano, o continuare a vivere sulle spalle di un genitore che per quanto larghe erano deboli, solo per godermi appieno la mia giovinezza (?!).
A venti se comprarmi una macchina con tutto ciò che consegue o continuare ad approfittare di chi già una ne aveva.
A ventitré se vivere nella casa scelta a sua volta da mia madre o trovarne una tutta mia e avere ogni, o quasi, potere decisionale in merito.
A ventotto mi sono convinta che una passione come la scrittura si può coltivare, non è da ingenui né da illusi ma bisogna solo capirne il meccanismo e quindi ho scelto di lasciare un lavoro che professionalmente non mi stava dando più niente, dove avevo già dato tutto per uno che invece mi seguiva fin da piccola e che quindi ero pronta per approfondire. So di avere potenzialità per crescere autonomamente così come so che sono sempre stata propensa per lavorare in singolo invece che in gruppo, di “contro” ho l’attitudine per gestire più persone piuttosto che essere gestita. Di collaborare invece di lavorare per.

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Saper scegliere è una qualità non da tutti, che va insegnata come vanno insegnate le nozioni, le emozioni ma che sta ad ognuno di noi poi saper attuare.
Ed io, ad oggi, guardandomi indietro e guardandomi adesso tutto sommato non mi pento né delle rinunce né delle conquiste avute e se in alcune situazioni mi ci sono semplicemente trovata ho saputo ben gestirle e mi dico che per fortuna ho sempre saputo prendere una decisione e, di fronte a qualcuno che ha lasciato che le cose semplicemente accadessero, non è poco.
Ora mi dico: tutti sono utili, tutti sono dei potenziali. Tutti abbiamo qualcosa da dare e da dire; dobbiamo solo decidere fino a che punto siamo disposti a spingerci, in cosa focalizzare la nostra energia. Ed anche nel mio caso quindi, mi piace scrivere ed è in questo che ho deciso di impegnarmi. Ci sono altre mille persone più brave di me, che lo fanno da più tempo di me con una già più o meno grande fama ed altre, invece, che devono ancora capire come iniziare davvero ma nessuno sarà come me. Nessun altro avrà il mio nome seguito dal mio cognome, né avrà il mio stesso vissuto alle spalle e quindi il mio stesso marchio, il mio modo di dire le cose.
Non sono indispensabile ma nemmeno sostituibile. Scelgo io quando mettermi in scena e quando togliermi.
Non sono indispensabile ma do modo alle altre persone di scegliere, di farmi scegliere. Di leggere ciò che ho da dire oppure no.
E non è poco.

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