Di ansia non si muore

Pensiamo a quell’euforia di essere ad una festa. Siamo spensierati, il vino ci sta dando un po’ alla testa ma tutto in maniera leggera, siamo completamente consapevoli di dove siamo e di quello che abbiamo intorno. Il sentimento che in quel momento ci accomuna è la gioia, l’allegria, perché no? La felicità. Infondo, essa, non è fatta di momenti fugaci? Questo è il nostro momento. Stiamo bene, abbiamo accanto i nostri amici e nel frattempo ne conosciamo di nuovi. Parliamo di lavoro, politica, sesso. A volte diciamo cose senza senso ma sono quelle che poi ci fanno più ridere. Ordiniamo un altro alcolico, per alzare un po’ il livello ma ‘standoci dentro’. Non abbiamo voglia di finire con la testa nel cesso, di nuovo, non abbiamo più vent’anni. Ne abbiamo qualcuno in più, ci sentiamo grandi, adulti, siamo quasi arrivati. Quasi al capolinea.
Un nostro amico racconta del suo viaggio nel sud America: Ecuador, Perù, Bolivia, Argentina. Invidiamo il suo coraggio, il nostro è un tutto dire e niente fare. Vorrei andare all’estero, lontano, vorrei visitare tutta l’Asia, parlare con uno Sciamano, andare sull’Himalaya eppure non schiodiamo questo nostro culo viziato da quello che abbiamo, dalle nostre certezze che chissà se poi siano davvero tali. E così, bravo il nostro amico. Gli diamo una pacca sulle spalle e usciamo per fumarci una sigaretta, prenderci una boccata d’aria. Che controsenso, fumare e prendere aria.
Alle nostre spalle il vociare sembra più alto, come se qualcuno avesse alzato il volume. È quasi più forte della musica stessa che ormai si può dire sia in sottofondo. Il nostro respiro si fa affannato ma di certo la colpa è di questa sigaretta di troppo. Ecco un’altra cosa che diciamo ma non facciamo: dovrei smettere di fumare. Lo rimandiamo a lunedì prossimo come se fosse quella famosa dieta mai iniziata. Probabilmente le diete dal momento che le pronunciamo sono fatte per essere posticipate esattamente come il tabacco. Non fumiamo nemmeno più per esigenza, per una richiesta del nostro fisico che poi a pensarci bene è stupida pure questa affermazione. Quando mai il nostro corpo richiede qualcosa che lo intossica? Sta tutto nella nostra testa, fumiamo per abitudine. Anche questa è una di quelle certezze che ci tiene fermi, che ha costruito la persona che tutti conoscono. E che spesso non siamo.

 

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Sono X, con un’espressione apparentemente incazzata, o forse no, sono arrabbiato per davvero. Simpatico quando ce n’è bisogno, estroverso a giorni alterni. Ho finito i miei studi, mi sono ammazzato di canne, ho provato qualche droga, sono persino uscito dal precariato senza avere nessun’attività tramandata. Mi sono fatto il culo insomma. O almeno, così mi sembra. E mi fumo mezzo pacchetto di sigarette al giorno, e l’alcool un giorno alla settimana.
Eppure, non capisco questa tachicardia, le gambe sono deboli. Non mi starò mica ammalando? Mi siedo su uno sgabello poco distante da un altro gruppo di amici che fa il brindisi al festeggiato. Mi infastidiscono, vorrei dirgli: andatevene! Allontanatevi da qui! Ma sarei stupido. Non mi hanno fatto niente di male eppure li mal tollero.
Spero solo che in questo momento non mi raggiunga nessun amico, mi sento come un gatto che va a morire per conto suo infatti mi alzo e mi metto un po’ più in là, verso il muro, dove arriva poca luce. Mi manca l’aria nonostante io sia all’aperto, sento il cuore in gola. Butto la sigaretta perché mi sta dando la nausea. Le mani sono sudate, il corpo trema come se fossi in preda a una febbre improvvisa. Mi guardo intorno, cerco una via di fuga ma per andarmene davvero da qui dovrei passare di nuovo in mezzo a tutta quella gente e non mi va, non mi va proprio. Anzi vorrei urlare e dirgli: state tutti zitti! Zittirli tutti sì. Quanto cazzo fa casino la gente? Perché non se ne vanno tutti a casa? Andate a vivere altrove, che diavolo ci facciamo tutti rinchiusi qua dentro? La vita non è in un bar.
Perché ho tutti questi pensieri per la testa? Mi affollano la mente, mi offuscano la vista, è come se non vedessi più niente, forse sto svenendo o forse sto morendo. È così che si muore? Si può morire per niente? Ma che diavolo mi sta succedendo? Non riesco a controllare niente, il mio corpo è rigido, vorrei chiedere aiuto ma ho vergogna e mi sembra di non avere nemmeno più la voce. Le mie gambe è come se avessero piantato le radici a terra, le braccia immobili e l’unica cosa che riesco a fare e strofinarmi le mani, sudate, l’una sull’altra. Se qualcuno mi stesse guardando mi darebbe di certo del pazzo. Ma non sono pazzo, io non so cosa mi sta succedendo. O forse è così che si diventa pazzi, quando perdi il senso della realtà. Perché sono ancora qui? Dovevo partire insieme a quel mio amico ma a differenza sua non tornare, o tornare solo per il gusto di partire di nuovo, forse è questo che mi sta facendo così male. Non averlo fatto. O il mio lavoro di merda che nemmeno mi piace. Non volevo finire rinchiuso in un ufficio, io volevo viaggiare ma tutti mi dicevano che non si può vivere stando in giro a cazzo per il mondo. Ma avrei potuto lavorare altrove. Che cazzo ci faccio qui. Voglio scappare. Mi sembra di vedermi dal fuori, come se non fossi più nel mio corpo ma sopra. Sono un corpo vuoto. Non sento nemmeno più le voci di quei ragazzi nonostante facessero un casino assurdo. Okay, okay. Ho il respiro affannato, devo regolarlo. L’importanza di respirare bene forse vale anche adesso e non solo per quella merda di esercizi in palestra. Ma perché vado in palestra poi? Da domani smetto, piuttosto vado a correre almeno posso andare dove mi pare e non simularlo in un posto al chiuso.
Inspiro, trattengo per un attimo l’aria e lascio andare. Espiro lentamente. Wow! Sembra funzionare. Inspiro, espiro. Inspiro di nuovo. Espiro. Va meglio. Sto meglio ma preferisco stare ancora un po’ seduto qui, per i fatti miei. Non voglio che qualcuno mi veda. Mi sento così stanco, come se avessi fatto due ore filate di allenamento, la testa mi pesa nonostante la senta ovattata, come se improvvisamente si fosse svuotata da tutto.
Le mani tremano ma per lo meno ora le sento, riesco a muoverle senza più fare quel gesto quasi compulsivo. Sono fredde, io ho freddo.
Non avrò avuto mica uno di quegli attacchi d’ansia? L’ansia sembra una moda ultimamente. Ogni post su Instagram ha come base l’ansia, ironicamente.
Ma qui non si scherza un cazzo. Io ho pensato davvero di morire, ero certo che era arrivata la mia ora. Stavo morendo e non sapevo perché.
Sto bene ora. Posso rientrare e fare finta di nulla anche se i miei amici mi prenderanno in giro se mi sia intrattenuto con qualche ragazza. Mi conoscono, nelle relazioni non ci so stare. Mi conoscono eppure non sanno niente di me, non sanno nemmeno quello che mi è accaduto poco fa. E non ho intenzione di dirglielo.
Mi sento così diverso. Improvvisamente la vita sembra essermi cascata addosso; i muri che avevo costruito per tenerla in piedi non sono più così stabili, non lo sono mai stati probabilmente. Quante bugie mi sono raccontato fino ad adesso.

 

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Quante ce ne raccontiamo in continuazione per andare avanti? Perché mentiamo a noi stessi e quindi come facciamo a pretendere sincerità dagli altri? Giochiamo ad essere forti perché siamo ancora convinti che sentimento è debolezza e a nessuno piace sentirsi indifeso. Crediamo di avere tutto sotto controllo, pretendiamo debba essere così. Quando anche solo una cosa vacilla abbiamo la sensazione che cada anche tutto il resto ed è lì che ci rendiamo conto della leggerezza con la quale abbiamo costruito. Come se qualcuno poi sistemasse i nostri guai. Tradiamo con leggerezza, amiamo in egual modo. Ci facciamo bastare lavori a tempo pieno che si sfamano attraverso le nostre giornate, e mentre noi ci sentiamo esausti sopra di noi si sentono sazi. Quando non gli serviamo più iniziano a parlare di crisi, del personale da ridurre. Si sa che gli ultimi saranno i primi, sì ad andarsene.
Diciamo poche volte ti voglio bene, ancora meno ti amo. Sono parole che messe insieme spesso hanno creato casini irrimediabili. Gente che entra in crisi, che se ne va. Certe cose non dovrebbero unire? Ecco cosa ci cambia, cosa ci trasforma, la paura di. Ogni volta che abbiamo creduto di fare la cosa giusta poi ci siamo fatti solo che male e non ne abbiamo più voglia. Basta di gente che non sa quello che vuole, basta con i nomi che diventano un numero dipendente, con i sentito dire, basta nascondere. Nasconderci.
Quanta debolezza c’è in un fiore che nasce eppure fiorisce.
Quanta nel dire ad un genitore che gli vogliamo bene anche se poi sorride.
Quanta nell’amare anche senza essere ricambiati ed andiamo avanti a farlo.
La debolezza è la nostra forza. È il sapere di essere fragili a renderci umani, quindi perché rinnegare la nostra natura.
Tutto arriva per dirci qualcosa, anche l’ansia. Anche quando arriva in un momento così improvviso e inaspettato. Qualcuno dice che è proprio l’imprevedibilità di certe azioni, situazioni o sensazioni che siano a farci capire di star facendo la cosa giusta.
L’ansia non è sbagliata, non è un male. Lo è se non l’ascolti, se credi che non esista, che tu ne sia esente. L’ansia arriva per dirti che va bene, sei arrivato fino a qui, sei stato bravo, coraggioso ma ora è il momento di cambiare. Ora è la svolta. O prendi coscienza che siamo fatti per cambiare, per scomporci e ricostruirci in base a quello che vorremmo diventare e dobbiamo diventare o ne rimaniamo schiacciati. L’ansia così diventa la moglie tradita in fase in divorzio, ti tormenta finché non l’ascolti e non le dai quello che vuoi, ovvero il tuo tempo. La tua essenza. Il tuo vero essere.
Perché vengono gli attacchi d’ansia?
Per salvarci.

 

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