L’eterno supplizio delle anime dannate

Chissà quando smetterò di danneggiarmi. Di credere che quello che ho non è mai abbastanza o peggio, non è per me. Questa mia altalenante sensazione di volere di più, di non accontentarmi mai finirà per farmi perdere tutto; come quei ricchi a cui sembra non bastare mai niente, vogliono sempre di più. Come quei traditori che una volta soddisfatto quel desiderio ne trovano un altro ancora più bello, si dicono che quella volta sarà l’ultima ma sembra nella loro natura persistere. Così come forse è nella mia boicottarmi di continuo.

Se ci fossero persone che meriterebbero la serenità più di altre io alzerei la mano e poi mi tirerei indietro.

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Quando non sei abituato a certi stati d’animo credi di non saperli gestire. Che ci sono persone nate per stare bene ed altre per soffrire. Quando cresci guardandoti le spalle significa che sei abituato alle ferite e non alle carezze; come a quei randagi che quando vedono tendersi una mano pensano ad un altro colpo e non a quello che potrebbero ricevere se solo si fidassero, di nuovo, di qualcuno.

 

 

 

Quando chiamavo mio padre per chiedergli i soldi per andare in gita con la scuola lui mi rimproverava dicendomi che lo cercavo solo per quello così io sono cresciuta con l’idea che se qualcuno mi cerca è perché di certo vuole qualcosa da me, che la mia voce non gli basti. Che nessuno fa qualcosa per niente. Tranne io; mi giustifico di stare scontando la pena di un passato che non ricordo e quindi è giusto così. Fare del bene e ricevere del male.

Dispenso consigli perché mi piace guardare le persone ricostruirsi. Mi prendo le colpe anche quando non le ho perché essere forti non è solo una questione di potere ma anche di responsabilità ed io mi dico: so reggerle. Ho le spalle grosse e poi finiscono sempre per farmi male. Una volta ho letto un articolo che parlava di come un particolare dolore alla schiena significasse un preciso dolore interno, nell’anima; a me la schiena fa male tutta. Non puoi capire le persone se per certe sofferenze non ci sei passato.

Dicevano che avrei dovuto studiare Psicologia anziché Lettere perché sono brava ad ascoltare le persone, a risolverle mettendole con le spalle al muro senza lasciargli scampo ma io non voglio entrare nelle loro menti ma nei loro cuori. Mi piace prendermi cura dal seme non di una pianta già fiorita. E poi dai pensieri di una persona puoi uscirci da un momento all’altro ed io ho sempre avuto così paura di essere dimenticata. L’idea di entrare nella vita di qualcuno senza averle lasciato niente mi fa sentire così inutile.

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Voglio che la gente senta quando passo, se resto o me ne vado.

Nel Duecento i poeti descrivevano l’amore con i suoi sintomi: vertigini, tremori, tachicardia. Veniva curata nello stesso modo di una malattia, come qualcosa di cui si poteva fare a meno; abbiamo sempre avuto paura delle cose che non conosciamo, che non vediamo, che non possiamo gestire. Per questo oggi ci sono più dottori che artisti.

Quando non riesco a mettere un freno ai miei pensieri mi dico che ho l’animo di un’esteta. Non parlo di perfezionismo ma della sua etimologia, aisthetes, colui che sente, che percepisce. Non c’è limite alla percezione.

Io sento tutto.

Anche le scuse di chi non ha più il coraggio di guardarmi in faccia.

L’amore di chi non si è mai dichiarato.

La sofferenza di chi sta in silenzio. Di chi ostenta divertimento.

La delusione di chi dice che va bene così.

La paura di chi fa finta di niente.

E quando tocca a me, quando tocca a me chiedere scusa, amare, soffrire, deludere, avere paura sento tutto il doppio e non posso fare altro che allontanare tutto dicendo che non le voglio. Che voglio altro, di più.

Invece si sa che non è vero, perché io voglio tutto. Sentire piacere e dolore alla stessa intensità.

Come una madre che non sa scegliere tra un figlio e l’altro.

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