Il corpo che meriti

Ho un rapporto parecchio ambiguo con il mio corpo, proprio come quelle storie travagliate a cui non riesci proprio a fare a meno ma quando finalmente hai la forza di uscirne non puoi dimenticarti di tutto il dolore e il bene e il male che vi siete fatti.

Da adolescente mi guardavo allo specchio e non mi piacevo; coprivo così la mia insicurezza sotto strati di vestiti larghi e poco aggraziati. Di suo contrario sapevo però come farmi notare, con linee spesse di trucco e tagli di capelli appariscenti con colori sgargianti. Stupravo i miei capelli con la speranza che almeno loro riuscissero a farmi sentire parte di qualcosa, un qualcuno che non riuscivo mai a raggiungere. Non mi piacevo e cercavo di piacere attirando l’attenzione anche quando non l’avrei voluta. Non sono quella che fa casino all’interno di un gruppo, forse più quella che quando non c’è si sente. Non mi è mai piaciuto stare al centro dell’attenzione, mi imbarazza, mi fa sentire troppo osservata e di conseguenza giudicata e io solo so quante notti insonni passo sopra a qualche giudizio o innocua osservazione. Io, che se esistesse un livello di perfezione la vorrei raggiungere; se esistesse un controllo totale su ogni situazione in cui mi trovo a far parte, lo vorrei avere.

Ho scoperto il non piacermi su entrambi i fronti, perché troppo formosa prima e troppo esile dopo; in entrambi gli stati fisici stavo subendo (e affrontando) un problema.

Attenuavo la mancanza di attenzioni mangiando, lasciando troppo spazio all’ingordigia senza mai saper dire di no. Semplicemente non mi importava del mio aspetto fisico; osservavo il mio corpo e non mi piacevo e finiva lì. Non volevo soluzioni, non cercavo miglioramenti. Mi andavo bene com’ero probabilmente perché il mio fisico era semplicemente il prolungamento di ciò che avevo dentro e speravo che qualcuno si accorgesse di me, mi aiutasse senza che io dimostrassi il mio reale malessere, senza il bisogno di chiedere aiuto perché se lo avessi chiesto poi sarei stata troppo imbarazzata per accettarlo; perché facevo del non chiedere aiuto la mia forza.

Poi smisi di mangiare perché non riuscivo più a sopportare tutte le responsabilità in cui mi ritrovavo sommersa da troppo, in troppo poco tempo, da troppo presto. Ma averle era per me la dimostrazione, più per gli altri che per me, di quanto ero testarda e determinata, di quanto fossi diligente e perseverante, matura a nemmeno vent’anni.

Però soffrivo per quell’assenza, per quelle pietanze che mi passavano sotto gli occhi, che avrei voluto mangiare ma la paura di non digerirle era troppa, era forte. Ero certa di non avere più spazio dentro di me, che era già tutto così abbastanza. Era peggio della gola quello strano vizio che mi aveva preso perché mi svegliava la mattina e mi tormentava prima di addormentarmi e poi nel sonno stesso, disturbato e a sprazzi.

Google sosteneva fossi emetofobica, la terapeuta troppo controllata.

Seguì un periodo difficile, fatto di spessi attacchi d’ansia e bruschi cali di socialità.

Mi ripresi con il tempo e con la pazienza di chi mi stava attorno, chi mi vedeva piangere di fronte all’ennesimo piatto lasciato pieno e persa tra un pensiero ossessivo e abitudini compulsive.

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Negli anni ho visto il mio corpo cambiare, riprendersi, delinearsi, prendere forma. Diventare donna.

Spogliarmi mi ha sempre un po’ messo in imbarazzo, mi vedo piena di difetti, come tante, come tutte. Le braccia grosse come le gambe, il seno piccolo, i fianchi larghi. Una tabella sostiene che io sia normopeso, dal mio punto di vista peso e basta. Gli occhi di desiderio dei ragazzi non mi bastava. L’attrazione di chi mi amava non era abbastanza. “Mi vedrà la cellulite” pensavo. “Ho le gambe sicuramente più grosse che abbia mai visto”.

Non mi aiutava quando al mio posto succedeva un’altra, più magra, più alta, più snella, con più seno. Essere sostituita era per me la cosa peggiore al mondo, per il mio essere; un divertimento per il passato che tornava a tormentarmi. Il confronto mi dava per spacciata.

Poi ho guardato mia madre, le mie sorelle, le donne dalla quale discendevo, e siamo tutte così. Rinnegare quel corpo, il mio corpo, sarebbe come ripudiare la mia famiglia e a quella tengo, di certo più dei cinquanta chili a cui ho sempre aspirato.

Se non posso essere come vorrei posso migliorare ciò che sono, ho iniziato a ripetermi. Ho iniziato a piacermi. Con la mia seconda scarsa sempre così poco volgare con qualsiasi cosa indossi. Le mie dita paffute che cerco di esaltare con più anelli possibili, la vita stretta che si allarga sui fianchi a ricordare uno Stradivari. Le gambe tozze di chi con la vita ci ha fatto gli squat.

Infondo sappiamo che come ci vediamo non corrisponde mai alla realtà, siamo sempre meglio dei difetti che ci attribuiamo. Abbiamo questa tendenza ad auto sabotarci, autodistruggerci. Plachiamo le paure con i sacrifici alimentari, togliamo al nostro organismo elementi indispensabili decidendo noi per lui essere in eccesso. Non ascoltiamo i crampi della fame, i cali di pressione, i giramenti di testa. Li alleviamo con acqua e proteine in polvere.

Io credo che il nostro corpo non vada cambiato ma migliorato perché ognuno nasce con la costituzione che merita.

Con le esperienze che dovrà affrontare.

Con la vita che ha.

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