I minuti mentre aspetti

Vedo nuvole di pioggia spostarsi verso destra portando con sé manciate di polvere e un mucchio di foglie rubate a qualche albero. Sembra che sopra di noi stia passando una mandria di cavalli fuori controllo, a tratti sembra trottare e altri galoppare senza senso e nessuno che ne tiene il controllo, nessuno a dirci quando finirà.

I minuti quando non hai niente da fare se non aspettare sembrano sempre interminabili. Il tempo improvvisamente si dilata e lo prendi realmente per quello che è, incessante e affascinante. Anche se spero finisca al più presto, che alla fine non rimarranno solo danni; solo di fronte a questo tipo di calamità mi rendo conto della mia impotenza. Di quanto il mio tenere sempre tutto sotto controllo sia servito a poco, le discussioni portate avanti con orgoglio anche di fronte al torto siano state stupide e inconcludenti. Di quanti giorni ho buttato nel fare sempre, tutti i giorni, le stesse cose solo perché conosciute e quindi sicure; di quante poche volte ho detto ti voglio bene a mio padre e mai a mia madre con la scusa di essere troppo giovane per certe dichiarazioni, e nel tempo anche tutti i ti amo che avrei voluto dire a Claudia sono diventati scontati come quel quadro che occupa l’intera parete del salotto che nonostante vedessi tutti i giorni non ne conosco ancora i dettagli. So che c’è, è lì, è sempre stato lì. New York di notte vista da un grattacielo, con i contorni di una finestra a simularne meglio l’idea, per dimenticarmi che dall’altra parte del muro ci viveva una madre single e nevrotica.

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L’avevo scelto io, credevo di non avere più bisogno di guardarlo, non tutti i giorni almeno. Invece ora mi verebbe voglia di farlo, vorrei guardare quell’immagine che mi ha spesso illuso di essere altrove proprio ora che sono al centro di una tempesta che non mi dà vie di fuga; sono nel bel mezzo del nulla mentre fuori succede l’impossibile, senza la possibilità di voltarmi e provare a dimenticare il pericolo eppure questo mi fa sentire più vivo, umano e presente.

Questa volta non è stata una mia decisione e forse è per questo che guardo quello che accade con maggiore attenzione, l’uomo da sempre vuole sviscerare ciò che non conosce per avere quella sciocca credenza di diventarne poi il proprietario.

Proprio come nelle relazioni, pretendiamo di volere sapere tutto della persona che ci è accanto, il suo passato, il suo futuro, i suoi progetti, le sue rinunce, le sue ferite, il suo ricordo più bello. Quando poi nel tempo, si scopre un altro dettaglio più intimo, come un’emozione che non ci è stata spiegata ci arrabbiamo, iniziamo a dubitare di lei credendola sleale e infedele. Iniziamo a sentirla meno vicino, un po’ meno nostra. Ma non sempre è così, ci devono essere dei segreti che non raccontiamo a nessuno, particolari che teniamo solo per noi; perché infondo possiamo esprimerci quanto vogliamo, spogliarci di ogni maschera ma nessuno potrà capire davvero quello che abbiamo provato in una determinata situazione. Mentre ci sveliamo non descriviamo l’espressione che la persona di fronte a noi aveva durante quel particolare litigio o nel momento prima di dirsi addio. Nessuno oltre a me sa cosa ho realmente provato vedendo mio padre piangere per la prima volta di fronte alla cornice rotta contenente la fotografia di mia madre. Nessuno conosce così minuziosamente, a parte me, le emozioni che ho provato quando a quattordici anni mi venne imposto di trasferirmi da una città che conoscevo a una molto più grande che mi faceva paura. Nessuno conosce il rumore delle proprie speranze che cadono a terra a lasciarti disarmato.

Di fronte a tanto impeto la mia vita sembra assumere una piega diversa, le mie certezze, i rapporti che ho creato, i sogni che ho realizzato sembrano essere più labili ma proprio per questo autentici. Meritano di essere vissuti.

Soprattutto in quei minuti mentre aspetti.

 

 

 

Tratto dal mio romano ‘Ovunque proteggi’

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