Ho un problema con le conclusioni

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Stanotte sono andata a dormire quasi alle quattro, pensare che c’è ancora chi dice che scrivere non è un lavoro. Sono sveglia da poco prima delle dieci ma non riesco ad alzarmi dal letto. Ripongo tutte le mie forze sul bisogno di un caffè.

Questa mattina ho ascoltato la pioggia cadere. Mi mancava ed è arrivata. 𝙲𝚎𝚛𝚝𝚎 𝚖𝚊𝚗𝚌𝚊𝚗𝚣𝚎 𝚗𝚘𝚗 𝚋𝚒𝚜𝚘𝚐𝚗𝚊 𝚍𝚊𝚛𝚕𝚎 𝚊 𝚟𝚎𝚍𝚎𝚛𝚎 𝚖𝚊 𝚏𝚊𝚛𝚕𝚎 𝚜𝚎𝚗𝚝𝚒𝚛𝚎.

Uso come pigiama magliette di vecchie divise di un lavoro che mi auguro di non dovere rifare più.

Sono arrivata quasi a 300 pagine, superato i 90mila caretteri. Ma sono solo numeri e le parole sono fuori da ogni logica. Non hanno limiti perché militanti.

Vorrei terminarlo entro cinque giorni, lasciarlo riposare durante la mia partenza e riprenderlo in mano, da capo, al mio rientro. Se aspettassi l’alba tutte le mattine potrei farcela, ma la scrittura è strana, è indomabile. La porto dentro ma è fuori dal mio controllo. Potrei rimanere ore davanti a una pagina bianca senza riuscire a scrivere niente.

Ci sono volte che avrei così tante cose da dire ma poi, quando mi ci metto non ne viene fuori niente, altre che passo ore con le dita sui tasti e nemmeno me ne accorgo.

Non vedo l’ora di rileggerlo, fare quelle cose da scrittori che non sembrano mai essere contenti di quello che fanno. Correggere, modificare, cancellare, riscrivere, cancellare di nuovo, frasi, capitoli interi. Ho anche pensato di buttare via tutto e rifare da capo; Flaubert lo fece con Madame Bovary, lo facciamo in tanti. Mi dispiace per le cose elimanate, ho sempre paura non si sentano all’altezza, di valore, quando invece non era semplicemente ancora il loro momento. Ma è una bella storia e io spero di andarne fiera. Poi lasciarlo andare con un nodo in gola.

Che possa fare del bene a chi ne avrà bisogno. A chi gli manca un abbraccio, magari proprio quello, o semplicemente di una storia da leggere, in cui credere.

Che io ho solo un problema con le conclusioni, non riesco mai a mettere un punto a niente, faccio fatica. Mi rattristo per le storie che finiscono, tanto in quelle scritte quanto in quelle vissute, vorrei sempre un seguito anche se le trilogie poi mi annoiano.

E’ come lasciarsi per poi riprendersi, niente rimane uguale. A volte è un bene, che le cose cambino, siano diverse ma già non è più la stessa cosa e le persone spesso si innamoraro più di un ideale che della verità così da accusare l’altro di essere cambiati invece è colpa nostra a volerli avere visti diversi.

Un libro lo senti tuo finché lo scrivi, poi diventa di tutti senza sapere esattamente di chi. Come un figlio adolescente che non sai mai dove si trova, speri solo che rientri in casa ogni notte.

Se il tempo oggi m’accompagna potrei anche scrivere tutto il giorno. Amo il sole ma certe volte non mi aiuta, ho bisogno di buio, di rumori lievi.

Mi sono ritornare le occhiaie ma dicono io le indossi bene. Adesso comunque sapete il perché.

Vado a sensazioni, manca poco.

Lo prometto, più a me che a voi perché sono stanca e ho bisogno di riposare. Non riuscirò a farlo davvero fino a quando questa storia non mi uscirà dalla testa, dal sangue, dalle mani. Anche dal cuore, infondo mi ci sono affezionata.

Eppure già penso al prossimo.

E’ un’inquitudine irrequieta, la mia. Dicono sia un’arte.

 

 

Un’inquietudine impotente ci tormenta, e andiamo per acque e terre inseguendo la felicità. Ma ciò che insegui è qui, se non ti manca la ragione. (Orazio)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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