Siamo quelli che

Ultimamente è faticoso scrivere; sembra non venirmi più.

Ho un libro da terminare che non riesco a mandare avanti, pochi altri capitoli per concludere. Forse non voglio farlo, preferisco lasciarlo lì così, a sé stesso, come tante volte altri lo hanno fatto con me. Senza una spiegazione, una morale, un finale.

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O forse è solo una questione di attese, come con questo autunno che sembra non arrivare mai. Il sole, ancora, sembra volerci far credere che non è così. Farci tenere ancora quella speranza che presto il freddo arriverà, ma non ancora. Non ancora.

Ancora sbagliano le previsioni meteo che annunciano pioggia quando poi sono solo nuvole. Certe cose arrivano sempre quando meno te lo aspetti. Certi amori finiscono che non lo avresti mai pensato, figurati il cielo con tutto quello che nasconde dentro. Che sa ma non dice. Che trattiene per lasciarsi andare solo quando non ce la fa più. Si dice che così sia peggio, che le cose bisogna dirle poco alla volta. Quante tempeste questa estate.

Altri amori nascono dietro inverni rigidi. Sono quelli che preferisco perché si fanno forti sin dall’inizio. Sono fragili ma resistono come fiori cresciuti sotto a un temporale.

Anche Pietro ha iniziato a parlarmi un pomeriggio di dicembre; ha iniziato a raccontarmi la sua storia senza mostrarmi mai il suo volto. Era solo nella mia testa eppure così vero. Io l’ho immaginato e a lui andava bene. È in quell’età dove non ti senti più così giovane ma nemmeno poi così vecchio; quell’età dove vorresti cambiare tutto ma ti sentiresti ridicolo. Allora ti dai di nuovo al calcio, eviti gli alcolici, magari ti comperi una macchina nuova. Ma non ti basta. Non è quello che vuoi.

Pietro non dimostra la sua età ma almeno cinque in meno; alcuni azzardano dandogliene venticinque. Si fa la barba quasi tutti i giorni, ha i capelli ben curati e per lavoro indossa un abito Zara tutte le mattine. A un certo punto però smette di mostrarsi per dimostrare ciò che è davvero. Guardandolo tutti lo scambiano per un vagabondo ma lui non è mai stato meglio di così.

Pietro non lo vedo da un po’, pensavo si fosse ritirato per poco tempo, magari da qualche parte in India, a meditare senza saperlo fare per davvero ma riuscendoci in qualche modo. Certi posti ti ispirano e ti realizzano.

L’ultima volta che l’ho visto abbracciava una donna senza volerlo veramente. Era in una di quelle situazioni in cui sai come ci sei finito ma non come uscirne. Poi più niente.

L’ho aspettato. L’ho chiamato, ma nella mia mente solo l’eco del suo nome. Come una storia d’amore che non va avanti ma nemmeno finisce. Si trascina ma non muore.

Forse Pietro è offeso per qualcosa. Magari è stato il mio modo di descrivere un avvenimento. Magari si è solo sopravvalutato ritenendo la sua storia ovvia, poco interessante, non all’altezza di essere scritta.

Probabilmente è venuto a sapere che gli italiani non sono un popolo di lettori, di sognatori. Che preferiscono le storie di tradimenti sulla bocca di tutti, di corna su suolo pubblico; che vanno al cinema incuriositi dalla nascita di un influencer, un fashion blogger, ritenendolo una vera fonte d’ispirazione, perché chissà… magari un giorno anche a noi.

È affranto di come anche l’amore è stato fatto diventare trash, e per trash intende ridicolo. Certe parole oggi sembra stiano bene su tutto. Amo, raga, trash, ansia, figa, trap, cazzo, rockstar, indie. Non sono più parole ma prostitute di cui tutti abusano e nessuno sa per davvero il loro significato.

Se avessi qui, ora Pietro di fronte a me, gli direi di non essere triste, di non sentirsi inferiore perché poco alla moda. Si sa che anche gli stilisti fanno come la storia, prima o poi si ripetono. Forse sarà così anche per le generazioni a venire. E così sarà anche per lui, per il messaggio che stava portando, per quello che voleva trasmettere. Per l’occasione che si è dato, per la speranza che si è sempre portato addosso anche quando gli facevano male le spalle e le gambe iniziavano a cedere.

Gli direi che esistono ancora le persone che credono a quelli a come lui; che si commuovono per una storia come la sua. C’è chi ancora crede a Freddie Mercury, Kurt Cobain, Maria Teresa di Calcutta, Dio, Buddha, Hemingway, Mozart, Da Vinci. Che non deve badare alla maggioranza ma a chi lo guarda con ammirazione, anche quando sbaglia.

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Che i poeti come lui, come me, sono tanti ed è vero che spesso siamo inascoltati, emarginati, messi all’angolo e derisi perché abbiamo ancora il coraggio di credere a cose vecchie come l’amore. Ma succederà che verranno a riprenderci come cani abbandonati in autostrada. Siamo gatti partoriti per strada e per questo il nostro destino è essere randagi anche quando vorremmo solo qualche carezza. Ma verremo notati anche da chi in noi non ci credeva. Avranno bisogno di noi e noi li aiuteremo, senza giudicare, senza rancori; perché quelli come noi dal passato traggono storie non conclusioni.

Siamo i cantastorie di una volta, i giocolieri di corte. Gli intrattenitori. Quelli che tutti prendevano in giro ma senza ci si annoiava. Che la gente cerca quando ha bisogno di credere di nuovo in qualcosa di autentico, di reale. Come le emozioni, le sensazioni, il dolore, la paura. La speranza.

Siamo quelli che non riesci a fare a meno di ascoltare.

Di darti un’altra possibilità.

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