Pensieri e parole

Io credo che la mia passione per la scrittura è iniziata con Battisti.

Mio padre ce lo faceva ascoltare senza chiederci il permesso, durante le lunghe ore di viaggio in macchina verso la Calabria o la Sicilia. Lo alternava alle cassette di Celentano e De André. Mia madre lo implorava di smettere, di cambiare, mettere qualcosa di più movimentato perché a lei piaceva ballare ma finché era lui alla guida non si discuteva. Dormivo nel baule adibito a letto con le valige intorno a farmi sentire protetta su una macchina di nove posti, i miei fratelli in mezzo che adolescenti si annoiavano. A me il tempo sembrava volare. Avevo quattro anni, forse sei non ricordo.

Ricordo però quando iniziai a riempire quaderni interi con le canzoni di Lucio; era un continuo play, stop, rewind per non perdermi nemmeno una parola. Poi rileggevo tutto da capo fino a imparare i testi a memoria.

Chissà dove sono finiti quei quaderni, se li ho buttati insieme ai racconti dell’orrore che scrivevo con Word 1998. Uno l’ho ritrovato qualche mese fa, durante l’ultimo trasloco, in una busta di plastica trasparente, l’impaginazione tutta sbagliata. Ho sorriso ma ho portato alla discarica anche quello. Farei finire in pattumiera anche l’unico libro che ho scritto insieme a quello che a stenti cerco di mandare avanti.

Si fanno mosse stupide con le cose che non vanno come vorremmo, che non riusciamo a controllare. Che smettiamo di capire. Ci ricordiamo sempre troppo tardi di quando invece, le stesse, ci avevano salvato.

In quinta superiore feci un tema per la simulazione di prima prova, la traccia richiedeva qualcosa che non ricordo ma riguardante la poesia, io scrissi di Lucio, di come sarebbe diverso se facessimo più a caso alle sue parole, a come le diceva, piuttosto che limitarci a canticchiarle tra le corsie di un supermercato quando una stazione radio si sente particolarmente nostalgica. Tutti ne sappiamo almeno una a memoria.

La professoressa me lo fece leggere davanti a tutta la classe. Agli esami di Maturità di non mi andò così bene.

Battisti mi piace più di tutti perché con ogni sua canzone è come se recitasse una poesia ritmata. A ogni parola riesco ad associare un gesto, un’espressione; riesco a vedere quello che sta accadendo nel momento in cui lo dice. Io ho bisogno di immaginare le cose mentre qualcuno le racconta, sentirmi lì, sentirmi parte, come se fossi lo spettatore di fronte al palco, l’adolescente curioso che spia il fratello maggiore dallo spioncino in camera da letto con una ragazza.

Perché se è vero che per scrivere bisogna tanto leggere, lo è altrettanto saper ascoltare, osservare, immaginare. Tutto, nei dettagli. Guardare cosa succede dietro le quinte, la ragnatela nell’angolo dell’anticamera prima del bagno, la tegola fuori posto su un tetto, l’angolo lievemente smussato del quadro in fondo al corridoio, i volantini nella sala d’attesa dal dentista. Gli album di fotografie che chissà dove sono andati a finire, come se ci fossero andati da soli.

Ho bisogno di quelle cose perché è da lì che parte una storia.

Proprio come con Battisti, che ogni volta che lo ascolto, penso a mio padre.

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