Quando diventiamo grandi (?)

C’è un’età per qualsiasi cosa, dicono.

Per studiare, per trovarti un impiego, per sposarti, per fare dei figli, per divorziare anche. Per fare sport estremi e quando invece sarebbe meglio comprarsi, al massimo, una bicicletta da corsa. Per farsi i buchi alle orecchie, i tatuaggi, sentirsi dare dello ‘scolapasta’ per i piercing che si hanno in faccia; per dire ti amo con leggerezza e dire ti amo per davvero. C’è un’età per andare in giro con l’ombelico di fuori, per un paio di décolleté nere o azzardando con quelle rosse, per i pantaloni calati fin sotto al sedere, il cappellino con la visiera al contrario, le felpe larghe, i jeans strappati. E così via.

E se è vero che ogni cosa ha il suo intervallo per essere fatto e poi lasciato perdere, io credo di essere completamente fuori corso.

Forse la mia intera generazione lo è, la maggior parte di noi comunque.

Siamo pieni di tatuaggi che continuamo a non smettere di fare; anzi, abbiamo invogliato anche i nostri genitori a marchiarsi a vita. Le iniziali dei propri figli, vanno sul sicuro, certo. Con il mio primo piercing i miei genitori continuavano a domandarmi perché l’avessi voluto fare, dopo di che lo hanno fatto persino i miei fratelli maggiori, solo dopo una lunga sessione di prese in giro nei miei confronti: fattona, tossica, punkabbestia […]

Mi sono anche colorata i capelli di: nero, blu, rosso, rosa, viola, poi di nuovo rosso che avevo capito piacermi di più. Rosso acceso, rosso fuoco per poi concludere con un rosso scuro che credo si dica mogano, per i professionisti 6/66 (un caso?). Di nuovo: fattona, tossica, punkabbestia, drogata, comunista […]

Al primo tatuaggio mi accompagnò mia mamma perché avevo solo sedici anni, gli promisi che era l’unico, come avrebbe e continua a fare chiunque. L’ultimo (ma non ultimo?!) l’ho fatto solo pochi mesi fa. Non li faccio perché mi piacciono ma perché hanno un senso, una storia che non sempre ho voglia di raccontare e questo è un modo che ho trovato per farlo. Ma anche qui: fattona, punkabbestia, cartina geografica […]

Con il dilatatore all’orecchio ero diventata una criminale. Non sto nemmeno a raccontarlo.

Però a diciotto anni vivevo già da sola. Pagavo un affitto, le bollette, stavo per prendere il diploma, subito dopo avrei iniziato a lavorare, pagarmi la patente, la macchina. Sognare di andare un giorno all’università. Avevo già avuto la mia prima gastrite e avevo smesso di bere e di fumare, insomma di fare l’adolescente. Quello che molti fanno, senza tutti i torti, fino a venticinque anni – trenta.

Per me la frase: è ora di diventare grande, è già iniziata da tempo; però per le persone che non mi vivevano ero una ragazzina, una sbandata perché mi tingevo i capelli, mi tatuavo e avevo dei buchi in faccia. Non sapevano che avevo smesso di uscire con i miei amici perché ero indietro con gli affitti da pagare. Che non andavo alle grigliate di domenica perché lavoravo tutti i fine settimana. Che mi addormentavo alle dieci di sera con la sveglia alle sei e mezza del mattino il giorno dopo.

Avevo la cresta, avevo i capelli rossi, le orecchie, la lingua, le labbra bucate, sempre un tatuaggio nuovo. Indossavo vestiti larghi, lunghi, le scarpe da skater; quindi, ero una poco di buono. Poco seria, immatura. Dovevo crescere.

Non ho ancora smesso di farmi iniettare inchiostro sotto la pelle, ho smesso di tingermi i capelli (di rosso) un anno fa, mi sono tolta l’ultimo piercing ‘politically incorrect’ ieri. Cazzo! Finalmente sto crescendo.

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C’è una cara signora di ottantaquattro anni di fronte a casa mia che da quando mi ha conosciuta mi bombarda con questa storia del piercing: sei così bella, perché hai quel chiodo in faccia? Come farai a trovare un nuovo lavoro se ti presenti così? Solite osservazioni.

Però su una cosa ha ragione, quando mi dice: il mondo di oggi, l’Italia, non è ancora pronta per questo genere di cose.

Tradotto è: l’Italia non riesce ancora a superare ogni forma di pregiudizio.

Di quella biondina, carina, magra, con gli azzurri non ce ne importa se esce ogni sabato sera e si ubriaca fino a stare male. Del ragazzo in giacca, cravatta e ventiquattrore che lavora in banca, cosa ci importa se va spesso in bagno a farsi una tiratina sul bordo del lavandino.

Però è impossibile che quel rasta con il tatuaggio su tutto il braccio non sia uno spacciatore. O magari non vende droga ma sicuramente ne fa uso. E non si lava i capelli.

L’Italia si regge sulle apparenze, e sui giudizi fatti agli altri. Lo si può vedere dovunque. Per strada, ai colloqui di lavoro, sui social.

Ci indebitiamo per l’ultimo smartphone con doppia fotocamera a dodici megapixel con sensore quadrangolare, triplo zoom, deep fusion, modalità notturna che utilizza lo Smart HDR che non sappiamo nemmeno che diamine significa però fa figo, è moda, è ultimo modello così i selfie ci vengono meglio e più innovativi perché lo sfondo è sfuocato, black and white però se hai un orecchino al naso ti fumi di certo le canne.

È illogico però è la società in cui viviamo.

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Io, che sì, ho un iPhone regalatomi quattro anni fa che altrimenti non mi sarei potuta permettere e che mai penserei di comprarmi un telefono a rate però sono cattiva, stupida, irresponsabile, superficiale perché fino a poco tempo fa mi tingevo i capelli di rosso e mi facevo il ventesimo tatuaggio; ma tutti i ragazzi con i capelli in ordine, il viso pulito, un tatuaggio socialmente accettabile sulla natica sinistra quindi nascosto da tutto e tutti è un bravo ragazzo che ogni venerdì sera pubblica storie su Instagram o Facebook mentre beve alcool a fiumi con i suoi amici.

A me ‘sta roba mi manda fuori di testa.

 

 

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“Guarda che a Londra anche il direttore d’ufficio una volta che ha finito di lavorare, scende al bar di sotto e si ubriaca fino a dimenticarsi anche il suo nome, eppure indossa una camicia bianca” “Ma Londra è Londra, è un’altra cosa”.

No! Noi siamo un’altra cosa. Siamo gli emarginati del mondo.

Siamo dei tradizionalisti. Il che può essere un modo per ricordare e consolidare la nostra cultura, ma non dovrebbe essere sinonimo di bigottismo.

È accettabile da parte di una donna di ottanta anni ma non da un uomo di quaranta che mi guarda con scetticismo di cui non gliene frega un cazzo delle mie precedenti esperienze lavorative perché il dannato tatuaggio sul braccio lo devi sempre tenere coperto altrimenti questo bel lavoro da impiegata lo puoi solo guardare dalla finestra sul marciapiede.

Sia chiaro, nessuno mi ha imposto di tornare al mio colore naturale di capelli, o togliermi i ferri dalla faccia e vestirmi più a modo. È stato un mio processo, una mia decisione. Semplicemente, mi guardavo allo specchio e non mi vedevo più io, doveva avvenire un cambiamento.

Ma solo l’idea che questo tipo di richieste possa realmente avvenire, mi rattrista.

Devo essere sincera, molti anni fa (sei) me lo chiesero e io rifiutai il lavoro. Non accettavo il fatto di essere giudicata per il mio aspetto anziché per il mio modo di essere, per le mie idee, per le mie ambizioni. Come se aspirazioni e capelli rossi non potessero essere sullo stesso livello.

Probabilmente lo sbaglio è di entrambi. Di noi fattoni, comunisti, punkabbestia, drogati […] e di quelli che ci vedono come tali.

A volte sbagliamo perché reagiamo con ribellione, con strafottenza e un briciolo di superiorità. Ci sentiamo un po’ di più perché siamo riusciti ad andare oltre a quel limite, al preconcetto e a mantenerlo. Di contro questo può renderci insicuri perché infondo sentiamo di essere diversi, migliori o peggiori, ma diversi. E invece non dobbiamo dare questo messaggio, sapendo che il diverso fa ancora paura e quindi oggetto di critiche.

È esattamente come avviene in quelle manifestazioni dove per (di)mostrare le proprie ideologie, si fa casino. E si finisce così per essere dalla parte del torto.

Al mio ultimo colloquio di lavoro mi sono presentata vestita bene, con i capelli stretti in uno chignon, poco truccata ma con il tanto amato/odiato vertical labret. Ero sicura di me, della mia persona, del mio vissuto, delle mie capacità, di quello che cerco e voglio. Il giorno dopo mi hanno chiamata per iniziare la prova di lavoro. Non mi hanno mai chiesto di togliermi il piercing e io non ho pensato di farlo. Però ho precedentemente pensato che il mio aspetto avrebbe potuto influenzare la mia carriera.

È questo che dobbiamo dimostrare, sicurezza. Se nella nostra persona avessimo quel particolare solo per renderci un po’ speciali, si vedrebbe e quindi può dar fastidio.

Solo così possiamo andare oltre all’essere normale a vent’anni ma infantile a trenta. E solo così possiamo evitare quella fastidiosa frase del: dovete diventare grandi.

Non è dal momento che torniamo “puliti” che iniziamo ad esserlo. Lo è dal momento che smettiamo di sentirci diversi. Speciali, migliori, ribelli, rivoluzionari. Quando ci guardiamo allo specchio e ci vediamo belli, ci piacciamo e ‘quel qualcosa’ non è in più ma è normale che ci sia, come un osso, un muscolo, significa che stiamo bene. Che non ci stiamo ribellando a nessuno, che non abbiamo bisogno di dimostrare qualcosa a qualcuno. E solo quando riguardandoci per la milionesima mattina allo specchio del bagno ci sentiamo un po’ fuori posto, come se non fossimo più noi, che allora forse è arrivato il momento di cambiare qualcosa. Che sia diciotto anni o a trentacinque.

Quando stai bene con te stesso, gli altri lo percepiscono e non ti chiederanno di cambiare. Se invece ciò avviene è un problema dell’altro e quindi stai già andando oltre.

Chissà, forse arriverà anche il giorno che toglierò l’anellino al naso. Cavolo, però quello è un vero cimelio, un pezzo d’epoca. Ricordo ancora che mi accompagnò la mia sorella maggiore, avevo tredici anni. Entrammo da un orefice che mi sparò (letteralmente) un chiodo (quasi letteralmente) con una pistola nella narice sinistra, con tanto di lacrimuccia dall’occhio destro. Si diceva che le due cose fossero opposte ma collegate.

Ragazzi, preistoria.

 

 

Che mondaccio, signor Gubbio, che mondaccio è questo! che schifo! Ma pajono tutti… che so! Ma perché si dev’essere così? Mascherati! Mascherati! Mascherati! Me lo dica lei! Perché, appena insieme, l’uno di fronte all’altro, diventiamo tutti tanti pagliacci? Scusi, no, anch’io, anch’io; mi ci metto anch’io; tutti! Mascherati! Questo un’aria così; quello un’aria cosà… E dentro siamo diversi! Abbiamo il cuore, dentro, come… come un bambino rincantucciato, offeso, che piange e si vergogna!                                            

                                                                                                                                    (Luigi Pirandello)

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