Moleskine

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I miei genitori si sono separati mentre io mi avvicinavo all’adolescenza.

A scuola avevo iniziato ad andare male. Non dicevo a nessuno quello che stava capitando in casa; il divorzio era un tabù peggio della masturbazione. Diventavi come un figlio di nessuno.

Guardavo le famiglie degli altri e credevo che solo la mia fosse problematica, che solo i miei genitori erano stati incapaci di condividere una vita assieme. C’erano cene in tavola, una mamma che ti rimproverava per il disordine, un papà tuttofare, lo stesso orario per tutti. Da me si mangiava a gruppi di tre al massimo, a volte anche da soli con la televisione a farti da compagna; il bar era aperto quasi venti ore al giorno, solo uno di chiusura quando stavamo bene, poi avevamo tolto anche quello. Un po’ come l’economia in Italia e i centri commerciali aperti 365 giorni l’anno.

Ecco cosa non dico quando dico che i posti chiusi non mi piacciono. Che le serate dentro ad un locale mi rattristano.

Ricordo che si litigava per i soldi, perché non c’erano; perché non ce ne erano più.

Oggi averli mi fa paura. Hanno una strana influenza sulle persone; non sembrano mai abbastanza, li tieni da parte per un si sa mai che tarda sempre ad arrivare. Ci teniamo stretti la scusa della pensione che non prenderemo mai, promettendoci viaggi e benessere solo dopo i settant’anni.

Mamma in quel periodo aveva lo sguardo buio, di quando la notte tieni gli occhi aperti sperando di trovare una soluzione. Le guance scavate dal peso dei pensieri e i vestiti che odoravano di Marlboro rosse. Ogni giorno indossava un sorriso taroccato, forse preso dallo stesso marocchino da cui mi comprò una tuta ADIDASO che usavo per educazione fisica. Qualcuno a scuola mi prese in giro, indicava la scritta sulla mia felpa e rideva. Fu lì che scoprii l’esistenza di capi firmati, gli stessi che ancora non voglio permettermi.

Papà era silenzioso, ma lo è sempre stato. Credo sia il suo unico modo di dire le cose. È un uomo di poche parole e in questo ho preso da lui.

Che le cose a dirle non sempre ti riescono bene, è meglio dimostrarle. Io la penso così.

Comunicava con le canzoni di cantautori disperati. Sono sicura che gli mancasse il mare.

Niente doveva essere facile per loro, lontani da casa, dalla propria terra. Stranieri in madre patria. Cerchi fortuna e ti ritrovi con delle responsabilità che nemmeno volevi. Come sposarti, costruirti una casa in un paese ospite, fare un figlio, poi per incoscienza due. Allora perché no tre, però il quarto si poteva evitare. Uno ti cambia la vita, figurati quattro. I bambini hanno fame e quindi accetti anche le trasferte all’estero, due lavori e una casa più piccola.

Poi non è che prima fosse più semplice, eri pur sempre un Terrone che era meglio se fosse rimasto a casa propria. Con il sale grosso buttato dai vicini sullo zerbino di casa, come a scacciare dei demoni.

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Oggi abbiamo solo cambiato il soggetto ma il verbo è sempre lo stesso.

Non gli ho mai chiesto se sono stati felici. Che cosa avrebbero voluto fare davvero da grandi.

 

Dissi alla terapeuta che avevo paura di essere dimenticata, lei lo attribuì al giorno in cui mio padre uscì di casa con le valigie in mano dicendo che ci saremmo sentiti presto e invece passarono mesi. O forse erano anni, o magari anche giorni. Quando sei piccolo il tempo sembra non passare mai. Vorresti diventare adulto in fretta per poi scoprire che dopo i venticinque gli anni volano.

Non li ho mai desiderati riuniti, non sono fatti per stare insieme; ma almeno che smettessero di farsi la guerra. E la soluzione non è smettere di parlarsi. Di solito è proprio così che iniziano ad andare male le cose. Ma sono queste le cose che non ti insegnano a scuola. Solitamente lo si capisce quando è troppo tardi; perché a volte lo è anche quando ci piace raccontarci il contrario.

Ecco perché ho imparato a perdonare, non sarei brava a gestire i rimpianti, mi sanno di una pistola puntata alla testa che continua a sparare ma senza ucciderti. Non ho paura di morire ma che almeno sia veloce.

Mi domando come facciano certe persone ad andare avanti senza avere mai risposto a quel messaggio, senza avere chiesto scusa, abbracciato qualcuno per l’ultima volta, detto ti amo oppure addio. Mi hanno insegnato a non essere come loro.

Le parole non dette ti perseguitano peggio di un’ombra.

Scrivere è diventato per me un atto di fede, una preghiera per espiare i miei vuoti, le domande a cui nessuno ha mai risposto nemmeno mentre lo guardavo negli occhi.

Non sono una di quelle che riesce a lasciare facilmente il passato alle spalle; diventa tale solo dal momento in cui lo racconto, altrimenti è solo un pensiero continuo.

Scrivere è l’unico modo per lasciarmi in pace.

 

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