Vi racconto il mio silenzio

Quali parole si usano dopo mesi di assenza. Come si ritorna?

Con determinazione o a piccoli passi? Con lunghi monologhi o con gli occhi lucidi?

E se in verità nessuno ha sentito la mia mancanza? Se nessuno se ne è accorto? Infondo la vita si avvera anche quando vorresti che tutto si fermasse, le cose continuano ad accadere. Il tempo è sempre un passo davanti a noi per quanto cerchiamo di raggiungerlo, lo stiamo solo rincorrendo. Invecchiamo più velocemente. A vent’anni ci sentiamo già vissuti. Soffriamo di emicranie e mal schiena. I nostri nonni ancora se la cavano mentre a noi sembra di andare a fondo.

Ci piace dire che è tardi solo per avere un motivo di cui lamentarci.

Forse siamo soltanto giovani. Scriveva Qualcuno.

Non sappiamo ancora come si vive, più preoccupati del perché siamo al mondo. Cerchiamo risposte rovinandolo. Buttando per terra i preservativi e le mascherine che proprio non riusciamo a tenerci addosso.

È colpa dei cinesi, degli immigrati e dei politici. Noi la polvere la nascondiamo sotto al tappeto e ci affacciamo alle finestre a guardare la merda nelle case degli altri.

Non ci piace stare da soli perché a scuola non ce lo insegnano. Ma conosciamo tutti i fiumi e sappiamo fare le equazioni. Siamo usciti con la Lode e facciamo i commessi nei centri commerciali.

Non vediamo l’ora di diventare maggiorenni, di avere l’automobile pagata dai nostri genitori. A trent’anni torniamo a casa e chiediamo a mamma cosa c’è per cena.

Ci danno dei fannulloni ma prima devi fare un anno di stage e quattro di apprendistato. Poi vediamo, se sei bravo ti diamo il biscottino. Intanto seduto, dai la zampa, anche l’altra.

C’è poco lavoro, è colpa del Covid. Siamo tutti in cassa integrazione ma se non vuoi ritrovarti disoccupato è meglio che lavori comunque a tempo pieno, tanto quanto prima, più di prima. Quello che non ti do io te lo da lo Stato, tranquillo. Intanto seduto, dai la zampa, anche l’altra. Tanto non puoi nemmeno ribellarti, non c’è lavoro dicevamo. Dove pensi di andare? Non puoi nemmeno scendere in piazza che c’è il virus. I contagi si stanno rialzando. Smart working dalle 8:00 alle 20:00. Tutti i giorni, compresa la Domenica. Che altro hai da fare? Non puoi nemmeno uscire, tanto vale lavorare.

covid

Io non voglio questa vita. Eppure mi sento l’unica.

Mi guardo intorno ed è tutto come prima. Gli aperitivi, i locali affollati, i ristoranti occupati, le vacanze in Sardegna. Adesso abbiamo persino le mascherine a nasconderci, i filtri di Snapchat sono sorpassati. TikTok non è più under tredici. La mia faccia sul corpo di Rihanna.

Era la nostra occasione.

Ci meritiamo il mondo in cui viviamo. Lo scriviamo tutti per sentirci un po’ Alda Merini e un po’ giustizieri.

Ecco il motivo della mia assenza, che poi era solo silenzio. Non parlo molto. A volte sbaglio i modi, altri i tempi. Preferisco scrivere ma non riuscivo più a farlo.

Ho subìto, lagnandomi, come fanno tutti. Non sono sempre la pecora nera, un pesce fuori dall’acqua. So socializzare, riesco ad adattarmi alle situazioni, anche a quelle più spregevoli, se solo lo volessi. Potrei far parte di un gruppo, di un genere. Ritrovarmi allo stesso locale, tutte le sere. Fare gli aperitivi il fine settimana, geolocalizzare il luogo, taggare gli amici. Mettere in camera da letto i palloncini con il numero dei miei anni. Seguire la moda, comprare un paio di scarpe dopo averle viste su un influencer, pagarle un terzo del mio stipendio, sottopagato, in cassa integrazione.

Se non subissimo quell’ingiustizia non avremmo nulla di cui parlare. Non avremmo motivo di stare uniti, creare gruppi su Whatsapp, lo stesso che tra qualche mese metteremo in archivio, non ci sarà più nulla da dire, non su quell’argomento. Nuovo gruppo, nuovo amministratore, nuovi partecipanti. La maggior parte sono sempre gli stessi.

È questo che ho visto e che non riesco ad essere.

Esco da tutti i gruppi, da tutti i locali, da tutte le scene.

Non faccio masturbare gli uomini sulle mie foto in costume, in ginocchio, con il tramonto da sfondo. Non ho commenti con le emoticon di una pesca o di un bomba.

So usare le parole e meno il mio corpo. Sono noiosa, burbera, rido con pochi. Incapace di sorrisi convenienti.

Mi innervosisce il vociare di sottofondo, evito i luoghi affollati, non mi serviva una pandemia per farlo.

Non mi piacciono le parole solo per il gusto di dire qualcosa, non mi piace protestare solo per fare sentire la mia voce. Non mi piacciono le cose a caso perché sono convinta che tutto avvenga per un motivo. Che tutto quello che avviene ce lo meritiamo. Che siamo noi a decidere se rendere la nostra vita una condanna o un elogio.

E quindi vi spiego il mio silenzio.

Io c’ero, ho visto tutto. Da un angolo, da diverse prospettive.

Ho lasciato che abusassero del mio tempo, non lasciandomene neanche un po’. Ho lasciato che mi rubassero il sonno, che mi portassero via i miei interessi, i desideri, le forze di guardare un film la sera, fino alla fine.

Mi sono lasciata fare quello di cui tutti abbiamo paura ma in cui tutti siamo finiti.

L’italiano medio che ci piace essere. Che conoscono anche all’estero. Lo stivale al centro del mondo.

Ma sono tornata. Ho riacceso la luce. Il portatile di nuovo con la presa attaccata alla corrente. La pagina vuota per i nuovi inizi. Le cose da dire anche se non le leggerà nessuno. In pochi, la mia piccola nicchia.

Mi siete mancati. Mi sono mancata.

 

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