Potevo nascere gatto e invece sono in zona rossa

“Comincio a nutrire una inedita diffidenza fisica per gli esseri umani. Non che li trovi brutti. Li trovo ingombranti”.
Non l’ho scritta io. Ma se dovessi presentarmi a qualcuno, lo farei così. Se diventassi talmente brava da ritrovarmi alla presentazione di un libro che ho scritto; sì perché ogni tanto mi piace pensarlo, di essere in giro per qualche città italiana a dire: ehi, sì, ho scritto questo libro e non so per quale fortuita occasione ora mi ritrovo qui, a raccontarvelo. Seduta su uno sgabello alto, in legno, con le mani sudate, la gola stretta, la paura di dimenticare la grammatica italiana e tutta la sua sintassi in un attimo, tanto da mettere in dubbio io stessa il mio lavoro. Ma a trovare la forza seppure flebile di raccontare come mi è nata l’idea, che cosa mi ha dato l’ispirazione, quanto del mio tempo ci ho dedicato. Sì, insomma, rispondere a quelle domande che chi non scrive fa a chi scrive.

Qualcosa su di me? Mal tollero il genere umano, è per questo che chi scrive, scrive, no? Altrimenti chi scrive la vita la vivrebbe, mica andrebbe a scavare in quella degli altri, mica si segnerebbe una frase sentita per caso da un passante. Un discorso fatto con una persona conosciuta da poco ma che gli è rimasto impresso. È risaputo, no? Che gli scrittori o chi come loro, non sono gente simpatica. O alle volte lo sono ma preferiscono mostrare altro di sé, non averci a che fare con le persone. Il minimo indispensabile. Qualcuno li ritiene persino degli egoisti, e poi hanno sempre un gatto, uno almeno. A nessuno stanno simpatici i gatti, possono essere attraenti ma a nessuno piacciono davvero. Solo agli scrittori. Perché si assomigliano infondo.
I gatti e gli scrittori sono esseri con cui vorresti averci a che fare il meno possibile. E a me sta bene, sapete?
Uno dei complimenti più belli che mi ha fatto una delle persone più brutte che io abbia fino ad ora conosciuto è stato dirmi che sono una persona camaleontica. So adattarmi perfettamente ad ogni situazione. Se c’è bisogno di fare ridere, io faccio ridere. So essere ironica, prendermi in giro, essere estremamente socievole, giocosa, maliziosa persino. Ma preferisco sempre quando mi ritrovo a non dovere fare nulla, poter essere lasciata in pace.

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Un’altra cosa che fanno gli scrittori è sapere girare benissimo intorno alle situazioni, un soliloquio che sei lì a domandarti, e quindi? E poi? Ma anche questo credo sia un difetto di fabbrica, non farebbero il loro mestiere altrimenti.
Tendenzialmente parlano poco. Altrimenti non scriverebbero. Pensano e scrivono molto. Non è che sono introversi è che gli piace farsi proprio i fatti loro. Ma guardano nelle vite di tutti, per trarne spunto, riempiono pagine di pregi e difetti non loro, vestono un personaggio che molto gli assomiglia ma ricorda anche il vicino di casa, il panettiere all’angolo, il vecchio fidanzato con cui non si parla da anni, l’amico di infanzia. Toccano la vita degli altri ma senza dare fastidio a nessuno. Nemmeno te ne accorgi di quella carezza.
Poi ti ritrovi in giro da qualche parte. Pagina dopo pagina.
E infatti io ancora non ho detto perché sto scrivendo quello che sto scrivendo.
Quindi adesso basta tergiversare; è il momento di spiegarvi la situazione che mi ha portato fino a qui. Che non è spiegare il mio punto di vista sull’arte dello scrittore.
Ma per farlo devo descriverla, e per descriverla devo portarvi a essere me. È una cosa che mi hanno insegnato a fare ad un corso di scrittura, osservare le situazioni per poterle raccontare e portare chi le legge, alla mia prospettiva. Tanto che per un momento si dimenticano di essere quello che sono, ciò a cui credono davvero.
Mi piace dare lezioni che nessuno mi ha richiesto. Soprattutto quando non ho la minima idea di quello che sto per fare. Il fatto che me lo abbiano insegnato non implica che io lo sappia fare. La gente studia per anni per essere quello che è. E arrivo io, dall’oggi al domani che pretendo di sganciare lezioni gratuite di scrittura creativa a gente a cui non frega un cazzo di scrivere né di utilizzare la propria creatività per farlo.
Se qualcuno è arrivato fino a qui è perché vuole leggere qualcosa di interessante, che lo faccia sentire partecipe senza per forza metterci del suo. Leggere è già faticoso.
Allora il fatto è questo, quella mattina sapevo già che sarebbe stata una mattina diversa dalle altre. Ho deciso di affrontarla subito, ma in modo pacifico, avevo fiducia.

A dire la verità ora non ho più molta voglia di raccontare il motivo che mi ha portato a scrivere ciò che volevo scrivere. Capita anche questo a chi scrive. Inizia e poi perde il senso. Si ritrova a parlare di altro. Mi capita spesso anche nella realtà, è fastidioso.
Insomma, è un fatto che mi è successo solo qualche giorno fa ma mi ha fatto riflettere, avevo persino voglia di tornarmene a casa, accendere il computer e mettermi subito istintivamente a scrivere, a esternare tutta la mia rabbia e il mio stupore di fronte a quello che mi era appena capitato. Ma non l’ho fatto e mi ci ritrovo solo ora, quando ormai ho perso tutto quell’impeto che sul momento era chiaro.
Nulla di che. Non voglio che crediate a quali eventi stupefacenti possano accadermi nella vita.
Ero in fila al supermercato, tutto qui. Era mattina, una di quelle dove inizio a confabulare tra una commissione e l’altra ad un orario che per me è presto, le dieci del mattino. Insomma, volevo levarmi questo pensiero di andare a fare la spesa subito, erano settimane che in casa si improvvisava con ciò che era rimasto nella dispensa. Ma avevo anche paura, era giovedì, il giorno dopo la Lombardia sarebbe entrata in zona rossa. E indovinate da che parte del mondo mi ritrovo? Che per me è rossa come stile di vita, non per fazione politica. Il rosso è un colore che mi piace molto, credo mi rappresenti a essere sincera. Parlo di rosso lockdown. Ma essendo io daltonica potrei anche tranquillamente confondere per verde o marrone. Dipende dai giorni, da come mi sveglio. Giovedì era partito anche di un azzurro poco nuvoloso. Fuori c’era il sole. Eravamo in linea.
Scelgo il supermercato che meno sopporto, meno mi piace. E se a me non piace come potrebbe piacere al resto del genere umano? Quindi davo per scontato ci sarebbe stata poca concentrazione di umanità in quel luogo. Infondo era un giorno infrasettimanale, era mattina presto, le dieci del mattino come dicevo. Chi esce di casa prima di mezzogiorno? Io se potessi scegliere non andrei al lavoro prima delle undici. Mi sveglierei quando il mio corpo decide di farlo e appena anche la mia mente si allinea con tutto il resto dell’organismo, varcherei la soglia verso l’oltre.
Comunque, in quel cazzo di supermercato c’era la coda per entrare, capite? Io odio le file, odio fare la fila. È stressante, mi fa innervosire, aspettare. Che poi molti eventi, anche importanti della mia vita, sono contrassegnati da lunghe attese, a volte gli stessi creatosi aspettando.
Quindi, già l’attesa ha oscurato la mia giornata, che subito è diventata un blu notte senza stelle. Che poi il cielo di notte può passare tranquillamente per nero. Non so perché ci ostiniamo a dargli del blu. Qualcuno deve avere detto essere così e deve essere stato preso per vero.
Potevo cambiare supermercato, certo. Eh, non ci ho pensato? Ma ero come incantata di fronte a quello che stava succedendo. Presente nei film horror, quando uno sta lì, immobile mentre l’omicida, il mostro, l’indemoniato, sta correndo verso di lui, e tu dall’altra parte, consapevole che le cose non cambieranno, urli: scappa! Scappa! Sparagli, lanciagli qualcosa. Fai qualcosa per l’amore del cielo. Qualsiasi colore esso sia.

Io invece mi ci metto nei panni di quello che sta per essere ucciso, non deve essere così facile, scappare. Ci sarà pur qualcosa che ti tiene bloccato in quel catastrofico far niente. Non è mica scemo, sa che sta per morire, che le cose per lui non si stanno mettendo bene ma il terrore ti pietrifica. Solo dopo si trasforma. Ma lì per lì rimarremo tutti inebetiti.
Quindi, c’erano tutte queste persone accalcate all’entrata, davanti a uno di quei monitor che ti leggono la temperatura corporea che adesso vanno tanto di moda. Insomma, quel sistema, che per quanto voglia essere avanzato è pur sempre progettato da un essere umano un po’ più intelligente di altri; stava andando in palla.
Io ero lì, un po’ con le mani in faccia, un po’ divertita. Io sono come loro, capito? Ho due occhi, e due braccia, e due gambe, e un sistema cardiocircolatorio, nervoso, simpatico, parasimpatico. Cioè sono fatta della loro stessa sostanza. Mi stavo dispiacendo per me stessa.
Al che interviene la commessa, indispettita, a rimettere un po’ di ordine. Ci ha provato. Perché poi tutte quelle persone, una dopo l’altra, come formichine della stessa famiglia, si sono accalcate nel minuscolo reparto ortofrutta a cercare la mela più rossa e la lattuga più verde, e le melanzane più melanzane… insomma. Così no.
La commessa mi chiede se gentilmente posso aspettare perché a quanto pare la gente non capisce, e che si è di nuovo scatenato il panico, che era dalla mattina presto che assalivano il supermercato. E l’uomo dietro di me, arrivato forse dopo il primo attacco di delirio, mi sorpassa e fa per entrare in quella specie di disco-music che si era ricreata nel reparto tra frutta e verdura.
“Ma no! Dove sta andando? Non vede che c’è anche la ragazza che sta aspettando? C’è assembramento là, non vede?”
L’uomo si è scusato, l’ho perdonato subito. Mi sembrava in buona fede. Nemmeno gli interessava quel reparto a lui.
E allora io, nel frattempo pensavo: che stramaledettocazzononha capito la genteperessereancora così stupida ariguardo? Siamo morti di fame per caso? Eh? Ma se eravamo tutti pizzaioli, e pasticceri, e ballerini alla Kledi Kadiu scansati sei sorpassato guarda qua che paso adelante.
E poi è subentrata la mia parte più dispotica, quella che di certo in una qualche vita passata è stata un generale di guerra vogliosamente pluriomicida e che quindi mi fa dire che sì, la guerra ci meritiamo, quella dove davvero si muore di fame, e il coprifuoco ci viene ricordato da una sirena che grida di città in città. Con i carri armati a due centimetri dalle finestre di casa.
E ci meritiamo il lockdown, le estetiste chiuse con una ricrescita pelifera tanta, due giorni di ceretta ci dovremo prendere appena potranno riaprire. Bar chiusi, ristoranti chiusi, parchi chiusi, tutto chiuso. Basta. Non voglio più vedere nessuno in giro perché non siete capaci di stare al mondo. A casa. Tutti!

Vi meritate la dittatura, sì, poi andate ad urlarlo nelle piazze, che pare di stare in dittatura. Ve la meritate cazzo. La volete voi eh, mica… . Eh.
Poi sono tornata a casa senza avere preso tutto ciò che mi serviva. Le uova erano finite ad esempio. Alcuni ortaggi pure. Poi non mi ricordavo nemmeno più perché fossi andata lì, al supermercato dopo tutta quella ignoranza. Perché di quella si trattava infondo, che poi lasciamo andare sulla tastiera del telefono dopo aver mandato sul gruppo “famiglia” il buongiorno glitterato di rosa, scambiandola per serenità mondiale.
Io in mezzo al genere umano non ci riesco a stare.

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Così ho iniziato a vedere la serie televisiva che racconta dell’ascesa della Regina Elisabetta. Nemmeno lei mi piace molto perché non muore mai. Ma non auguro la morte a nessuno, solo che un po’ mi infastisce questa cosa che sembra immortale. E passalo ‘sto Regno.

Però starai bene con una corona in testa, qualche suddito qua e là, due o tre consiglieri che non per forza devo ascoltare.
Per fortuna di politica non ci capisco un cazzo, altrimenti monarchia, subito.

Finito.
Tutto questo giro di giostra per raccontare questo. Senza etica né morale.
Però, se siete arrivati fino infondo significa che la lezione che niente voleva insegnare vi è piaciuta.
No?

 

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