Io sono stagista

A trent’anni mi immaginavo con una bella carriera, soddisfacente, una buona dose di rispetto, quasi di timore nei miei confronti. Una casa non per forza di proprietà ma che potevo tranquillamente permettermi.

Mi immaginavo di dirigere un numeroso gruppo di persone, che le grandi decisione sarebbero dovute prima passare dalla mia scrivania. Di dire dei ‘No’ o ‘Sei licenziato’ a qualcuno. Non dovere dipendere da nessuno, con un buon conto in banca, non particolarmente sostanzioso ma per lo meno rassicurante.

Dieci anni fa avevo grandi aspirazioni lavorative, avrei voluto girare il mondo grazie al mio mestiere, parlare fluentemente una seconda lingua, magari due.

La nana malefica che ti sembra appena uscita dalla casa di papà ma appena apre bocca ha la capacità di appenderti al muro, se meritato, o gratificarti, se è ciò di cui avevi bisogno.

La Miranda Priestley come ne “Il diavolo veste Prada”, ma con un tocco di umanità ed empatia.

A trent’anni, invece mi ritrovo ad avere cambiato un paio di lavori, facciamo tre, ma anche quattro, perché mi sono resa conto di non riuscire ad accontentarmi di situazioni che mi vestono attillate. Di orari di lavoro assurdi, richieste impossibili, sovraumane; sì magari tutto sommato con un buon compenso economico, ma solo quello. Abbassa la testa e sarai ripagato, qualcosa del genere.

E allora ho lasciato il primo lavoro dopo un decennio, ho trovato il secondo ma c’era qualcosa che non mi convinceva, mi sembrava che il motto fosse “fotti più persone possibili e guadagna sopra le loro teste”.

Allora ho trovato il terzo che era cuciti la bocca, fai quello che ti dico di fare, rimani fino a tardi che almeno fai bella figura, sii sempre reperibile, una bella mazzetta di soldi, torna a casa, qualche ora di sonno e domani si ricomincia. Ho abbandonato il campo, in ritirata. Bandiera bianca in totale rilassatezza proprio.

E poi è iniziata tutta la mia filiera di lavori in tirocinio e promesse di contratti in apprendistato. A trent’anni.

Quindi a vent’anni come Maryl Streep e a trenta come Robert De Niro ne ‘Lo stagista inaspettato’. Buona visione.

Il mondo è cambiato, l’Italia no. Ma l’Italia è fatta dagli italiani e gli italiani sono un popolo di lavoratori che ben si adattano ad ogni nuova situazione che gli viene proposta o imposta, non fa differenza.

Il settore lavorativo è in crisi, lo è da quando ho firmato il mio primo contratto a dire il vero, nel 2009. Come è stata risolta questa enorme, gigantesca difficoltà? Amplificando ciò che già era precario, dilagando il senso di instabilità, temporaneità fino alle fasce di età che dovrebbero essere ritenute adulte, navigate. Età in cui la nostra tradizione vuole già maritata, con una casa di modeste dimensioni, con un numero di figli che non sempre puoi permetterti di mantenere ma più metti al mondo nuove generazioni e più appari maturo, segui la strada che ti è stata giustamente già asfaltata dai tuoi antenati.

Ma nel frattempo lo stile di vita italiano non è cambiato; la benzina non costa meno, gli affitti non sono agevolanti, gli alimenti non sono a basso prezzo per quanti 3×2 o maxi pacchi convenienza vogliano suggerirci al risparmio. I mutui poi, almeno due stipendi, otto garanti, un polmone al mercato nero degli organi e 3 ipoteche per potertelo permettere. Questo sempre se hai la fortuna di essere ancora sotto i 35 anni di età. Sopra a quell’età, non rientri più nella categoria giovani (appunto) e quindi mi spiace se non hai l’eredità del bisnonno, la casa di famiglia, costruita nel ‘45 dal nonno paterno, quello materno, tutta la prole e vicinato.

Se prima c’era la rincorsa verso il contratto indeterminato, per quanto io abbia da ridire su questa modalità che ci propinano come sicurezza lavorativa che guai a mollare, eresia! Ora c’è la speranza, anzi, una pacca sulla spalla se riesci a guadagnarti un contratto lavorativo, precario eh.

Ma non do le colpe alle aziende, perché magari realmente in difficoltà, soprattutto oggi, anno 2021. Infondo, il post-guerra non è passato da molto. I debiti li stiamo ancora pagando.

Certo la pandemia Covid non ha di certo aiutato le fattibilità nei vari settori.

Comunque ognuno tira acqua al suo mulino, si fa i propri calcoli, tiene ciò che è necessario, promette tirocini curriculari a ciò che è indispensabile, e si trascina il proprio carretto alla fine dell’anno con qualche martire e qualche Anima dannata chiaramente tutti sottopagati, che una volta al giorno si inginocchiano di fronte al padrone, no, non per quello…, ma per venerarlo e ringraziarlo di tale opportunità.

Una volta sui comodini accanto al letto c’erano le madonnine con dentro l’acqua santa che io imperterrita bevevo come grappini alla discoteca. Ecco, adesso c’è la statuetta con le sembianze del tuo datore di lavoro e all’interno il tuo sangue, come atto sacrificale.

Ma non do le colpe alle aziende. A chi glielo permette semmai.

Ci dovrebbero essere dei limiti, dovrebbero essere imposti dei paletti oltre i quali a certe condizioni una persona non dovrebbe mai essere messa. Non credo sia la strada giusta combattere la disoccupazione spostando un po’ più in là l’età massima per proporre un apprendistato o simili, perché apparentemente meglio che non averlo un lavoro.

Forse l’errore sta dal principio. Dalla scuola materna, dalla prima elementare in poi. Dove tutto sembra avere ancora quell’impostazione rigida: studia, assorbi più nozioni possibili, anche quelle che non ti piacciano, anche quelle di cui sei sicuro che non userai mai più nella vita (tipo io con le equazioni), trova un lavoro, prenditi il tuo indeterminato e non abbandonarlo per nessun motivo. Muori con quel contratto, fattelo stampare sulla lapide, c***o. Tuo, per sempre. Tant’è che dopo di te non ce lo avrà mai più nessuno.

Le passioni non esistono, quello che ti piacerebbe diventare è già fallimento. Hai una buona propensione all’arte? Non sei Dalì, lascia perdere. Commesso, centro commerciale. Questo sì che è stare al mondo. Vedi quanto bel consumismo, non ti invoglia ad avere ciò che non puoi permetterti?

Il tuo sogno è diventare un primo ballerino? Hai più visto in giro Kledi Kadiu? Rossella Brescia? Sei Billy Elliot per caso? Vuoi finire tra le braccia della Celentano? Impiegato, 6 giorni su 7. Una sana e morbida confort zone.

Do anche la colpa a noi, nuovi adulti, disposti ad accettare qualsiasi condizione lavorativa, perché infondo ce la meritiamo la nostra indipendenza, la vogliamo. Non siamo degli eterni mammoni, dei bamboccioni come dicono i grandi, dietro le scrivanie in legno di ciliegio del Palazzo Chigi.

E quindi va bene, siamo onesti lavoratori anche noi, come i nostri nonni, i nostri genitori.

Anche noi abbiamo i nostri desideri, avere una casa, una famiglia o viaggiare per conoscere il mondo, innamorarci, divorziare se le cose vanno male. Ma ci state vendendo lo stesso prodotto, a prezzo di concorrenza a stipendi inferiori.

E quindi quale sarebbe la soluzione?

Ad esempio, tu, ragazza di trentatré anni che si sta rimettendo in gioco con una nuova esperienza lavorativa: perché? Quanti altri lavori hai fatto e quali? Quanto guadagnavi prima? Di quanto hai bisogno al mese per vivere? Vivi sola o con qualcuno? Hai desideri, passioni che vuoi coltivare? Hai aspirazioni che vuoi raggiungere? Perché dovrei assumerti?

Okay, mi sembri una con le idee chiare, secondo me non meriti meno di 1300 euro al mese. Partiamo così, poi vediamo.

E tu, datore di lavoro, capo dell’azienda, come stanno andando le cose? Quanto hai guadagnato negli ultimi 3 anni? Hai perso soldi o guadagnato? Quanti dipendenti hai? Quanti pensi di doverne avere per rendere al meglio il tuo operato e quello dei tuoi lavoratori ovviamente. Bene, ti servono realmente tutte queste persone? Ah, te ne servono di più? Positivo. Allora perché hai assunto questo ragazzo di 27 anni, alla sua prima mansione certo ma è laureato, ha persino un master per quel lavoro che gli stai proponendo; con che coraggio lo compensi in quel modo? A quelle condizioni. Non lo conosci ancora? Vuoi che faccia la gavetta certo; portare i caffè, le fotocopie. Ho capito. Come? Non hai abbastanza soldi, però di lui ne hai bisogno, indubbiamente. Sai cosa ti dico? Non puoi, te lo vieto. Non ti permetto di sfruttarlo in quel modo. Ah le agevolazioni? Allora metto le agevolazioni sulle assunzioni. Adesso li hai i soldi per assumerlo. Chissà come succede che ogni volta ‘sti soldi spariscono e ricompaiono da un giorno all’altro. Eh, dio denaro, che fa sbocciare i soldi insieme alle piante di patate.

Ecco, penso più a un discorso così. Di mediazione sull’equità, sulla meritocrazia, sugli obiettivi e i desideri di ognuno. Il passato fa curriculum, il futuro da garante, che chi ha ambizioni non mente. La percepisci dal tono di voce la chimera, la vanità nel costruire qualcosa.

Ma io vivo di utopie, ne sono consapevole.

Chi mai avrà voglia di subire la noia di una selezione così minuziosa, di accertarsi che quei limiti, o meglio dire diritti, vengano rispettati.

Abbiamo ancora bisogno di chiedere chi sia l’ultimo all’entrata della sala d’attesa del dottore. Cosa ci aspettiamo? Perché ci interessa sapere chi è l’ultimo? L’ultimo sono io, sono appena entrata.

Boh.

Uno stile di vita migliore? Uno stipendio mensile che ci permette di destreggiarci come tigri tra bollette e scadenze fisse, e magari anche un Glovo nel fine settimana a cui lasciare persino la mancia, e poi ancora il black friday, il blue monday, il cyber monday, i saldi, l’aperitivo a fine giornata, la mancia dai nonni. E nonostante tutto riuscire a risparmiare per il nostro sogno nel cassetto?

In che mondo pensi di vivere? Nel XXI secolo d.c.?

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