I pensieri di chi ci prova (a dormire)

Una mosca continua a sbattere contro il vetro della finestra. Fuori è ancora buio, chissà che ora può essere. Sento arrivare da lontano, furioso, il camioncino dei rifiuti. Quante volte vorrei affacciarmi e urlargli di fare meno baccano, che la gente ancora dorme o almeno c’è ci prova. Di cambiarle almeno quelle dannate marce. Ma probabilmente anche io sarei frustrata tra le 5 e le 6 del mattino; orario in cui mi immagino lavorino i netturbini. Prima di tutti, comunque. Allora immagino di andare a parlarci, gentilmente, con comprensione e chiedergli se non sia il caso di lasciare perdere questo sbattimento, fare qualcosa di diverso. La prima mattina non fa per lui. O capire perché fa quello che fa se lo deve fare sentire, per forza, a tutti quanti.

Che magari sono solo io quella sveglia.

Intanto la mosca persevera e non capisce proprio che da quella dannata finestra non può uscire se non si sposta. Lei, non la finestra.

Vorrei solo dormire un altro po’.

Giugno è un mese mite, paziente. Mai troppo estremo. Mi piace dormire ancora con il lenzuolo addosso. Dormissi ancora da sola ci sarebbe ancora il piumone sopra al letto ma ho dovuto trovare un compresso. È così che si fa per stare al mondo. A vent’anni ero meno flessibile, poi gli anni passano e capisci che fare la guerra al mondo è fare una lotta contro sé stessi.

A qualche centimetro da me una sveglia suona, non è la mia. Continuo a ignorare che ore siano. C. si alza dal letto con delicatezza, per non svegliarmi. Vorrei dirgli che invece sono sveglia ma di un tempo che non saprei quantificare. Vorrei dirgli di fare tutto il casino che vuole, tanto ormai. Tengo gli occhi chiusi e aspetto. C. si prepara un caffè. Immagino ogni suo movimento mentre tiene là caffettiera tra le mani. Penso al profumo deciso e caldo che tra poco arriverà alle mie papille olfattive. Lo stomaco grida, si contorce. Pensa alla fetta di pane siciliano con la crema di nocciole che gli spetta per colazione. Ma non adesso, è troppo presto.

La tenacia della mosca inizio quasi ad apprezzarla. Vorrei liberarla da quel purgatorio che sta vivendo, o ucciderla così la facciamo finita e che se ne vada all’inferno.

C. fa entrare il gatto che si scalmana fuori dalla porta, vuole entrare. La fame di chi vive la notte.

Sento il cibo disintegrarsi sotto i suoi denti. Mangia lento, come dovremmo imparare a fare noi esseri umani. E invece famelici, come se ci bruciasse il culo a starcene un po’ fermi. Dovremmo riabituarci alle cose naturali. Primitive.

Poi il gatto salta sul lavandino, è così che fa capire che ha sete. È da lì che gli piace bere, non c’è verso di fargli cambiare idea. Oppure sono io che gli ho fatto prendere il vizio. E ai gatti quelli non glieli togli più fino a che non lo decidono loro.

Penso a tutti i modi che conosco per uccidere una mosca. Vorrei sentirla bruciare, ascoltare lo scoppiettio di ogni parte di cui è fatta.

Il gatto inizia a miagolare, vuole uscire. Come se fosse in una cazzo di stanza d’albergo. Faccio finta di niente, smetterà prima o poi. C. è in bagno, si sta lavando e non lo sente. O fa finta di niente pure lui.

Il camioncino dei rifiuti arriva di nuovo, come un carro armato fa vibrare la strada. Che diavolo sta combinando?

La mosca che danza una musica incomprensibile, di quelle che vanno di moda adesso.

Il gatto viene accanto al letto, miagola e miagola. Mi sembra di sentire quello che dice: fammi uscire. Per favore, voglio uscire. Fammi uscire! Cazzo fammi uscire da questo buco di merda.

Bestemmie nella mia testa. Non bestemmio mai, ma ogni tanto le penso. Basta il pensiero per renderti peccatore? Allora sarei come uno di quei criminali che mi piace guardare su Netflix. Non proprio così, insomma. Però mi sono sempre piaciute le menti contorte. Mi affascinano le malattie di chi non sa di averle. Miagola e miagola.

Ma da quanto sono sveglia? Manca un’ora prima del suono della mia di sveglia. Pare che facciamo a gara a chi fa meglio il suo mestiere. Ho vinto nell’unica competizione a cui nemmeno volevo partecipare.

Va bene, mi alzo. Il gatto percepisce la tensione, cerca di nascondersi sotto al tavolo, riesco a prenderlo. Ah ah! Brutto pezzo di merda, chi è più veloce adesso? Lo scuoto, lo insulto a voce bassa. Continuo a non sapere che ore sono infondo. Poi mi fermo. Ci guardiamo. Scusa scusa scusa. Non volevo. Vorrei solo dormire. Solo dormire, come se fosse scontato doverlo fare. Non oggi, non in quest’epoca. Lo abbraccio ma lui si divincola. Non è tra le mie braccia che vuole stare. Va bene, ti faccio uscire. Apro la porta e scopro che fuori c’è già luce. Guardo l’orologio nero Ikea appeso in cucina, sono le sei in punto.

La mosca inizia a volare sopra la mia testa, ha capito che sbattere contro la stessa cosa non è la soluzione. Ma ora sono diventata il suo nuovo proposito, si appoggia ovunque sopra di me. Giuro che la uccido ‘sta stronza. Si sbatte la mia faccia, le mie gambe, la mia pelle. Mi tiro il lenzuolo fino a sopra i capelli. Se non muore prima lei lo farò io, voglio solo che finisca questo tormento.

C. viene a salutarmi con un bacio, un altro e un altro. Come tutte le mattine. Non esce mai di casa senza farlo. Non sempre sono sveglia per saperlo.

Non sento più la mosca. Il netturbino se ne è andato probabilmente senza ritorno. Il gatto è uscito. Silenzio finalmente. Non lo pratica quasi più nessuno.

È il momento, se mi concentro, se mi rilasso, potrei dormire ancora un poco. Anche solo poco va bene. Solo fino alle sette, poi la sveglia suonerà e potremo finalmente pareggiare.

Vola la mosca, suona la sveglia.

Sono le sette.

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